Marcello Veneziani

Sulle onde della Rai si irradia la cura gramsciana del medico in famiglia.

Da "il Giornale" - 12 Maggio 1999


Nei ritagli di tempo libero, che sono sempre più numerosi, Walter Veltroni si fa chiamare Lele e fa il medico in uno sceneggiato televisivo per la Rai. Ha capito che per tamponare l’emorragia della sinistra non si possono lanciare né solenni battaglie civili e politiche, anche perché sarebbero poco credibili con un tory di sinistra al governo, né crociate ideologiche. La vecchia strategia togliattiana della conquista della politica attraverso la cultura, va adattata all’epoca della Carrà e della soap opera. Così Veltroni ha inventato il gramscismo domestico, sintesi irriverente fra i fratelli Rosselli e i fratelli De Rege. Ha capito che con Gobetti non si sfonda, meglio puntare su Sora Lella, buonanima, sorella di Aldo Fabrizi. E se proprio deve usare un grande Vecchio, più che Norberto Bobbio meglio servirsi di Nonno Libero, al secolo Lino Banfi, anzi al secolo d’Italia Lino Zagaria. Perché Lino Banfi è un simpatizzante di An. Pensate che me lo presentò Pinuccio Tatarella, e andammo a pranzo in uno strano gruppo con lui, Pasquale Squittieri, all’epoca senatore di An, Franco Califano e tatrella. Ma adesso, per sfregio, quasi per umiliarlo ( se vuoi popolarità devi recitare in sinistrese), è costretto nello sceneggiato a sfoggiare l’Unità e farsi passare in video per diessino, con ascendenza sindacal-bertinottiana. È curioso che mentre l’Unità smentiva questo risvolto politico, lo stesso Banfi, onestamente, riconosceva in un’intervista a La Nazione che le accuse di Forza Italia sono fondate. Anzi aggiungeva con disagio che alcuni siparietti imbarazzanti e politicamente corretti non erano nel copione ma sono stati aggiunti dopo. E così alcune inquadrature del l’Unità o quelle in negativo del Giornale. Lui aveva cercato di coprire il quotidiano dei ds ma "quando sono andato in onda, mi sono accorto che spesso ci scappava l’inquadratura della testata".

Il medico in famiglia veicola sottilmente questo messaggio banale ma di massa: i buoni sono di sinistra, i cattivi sono di destra. Il tutto finalizzato a creare un nuovo familismo morale, all’olio d’Ulivo. Finito nella realtà, l’Ulivo sopravvive nella fiction. C’è pure la Russo Jervolino che nello sceneggiato si fa chiamare Cettina ma anche qui si occupa di faccende interne. Sapendo che queste soap opera sono diventate ormai l’autobiografia della nazione, il racconto di ciò che siamo e ciò che vogliamo, hanno capito che la pedagogia politica bisogna cominciare a farla da lì. Ma minimalista, leggerina, immersa nella consuetudine domestica. Far passare concettini politicamente corretti, paparini progressisti e teneri, destri antipatici e rozzi, più qualche concessione alla retorica progressista dei nostri giorni. Sul razzismo, sui gay, sull’animalismo e via dicendo. Insomma un piccolo catechismo da ingoiare senza accorgersene, assieme ai pasti. La stessa cosa si fa in un’altra soap opera della Rai. Commesse, che non sono naturalmente le ministre dell’Ulivo ma la loro riproduzione commerciale e privata. Esemplare poi il sofisma de l’Unità che rovescia il discorso e dice: ma come, solo perché sono buoni sono di sinistra? Allora se fossero alcolizzati e seviziassero bi nipotini sarebbero di destra? No, il teoremino in Tv regge esattamente al contrario: sono di sinistra, perciò sono buoni. Sono di destra, dunque sono cattivi.

Per inventarsi questa sinistra all’amatriciana, Veltroni non ha dovuto studiare molto. Anzi, non ha dovuto studiare per niente. Per lui non si è trattato di riconvertire un bagaglio ideologico in un bagaglio multimediale. Il suo buonismo non viene da Dossetti e La Pira, Rosselli e don Minzoni, come vuol farci credere. No, viene da< Rintintin e Lassie, i cani buoni della Tv dei ragazzi su cui si è formato. Viene da Furia cavallo del West e da Mary Poppins, su cui ha poi fatto gli studi superiori.

In effetti Veltroni ha scritto più libri di quanti ne abbia letti. E quindi è facilitato nell’uso della telenovela rispetto a chi deve liberarsi della cultura e della letteratura. Lele Veltroni è un incrocio tra Woody Allen e Sabrina Ferilli: purtroppo, dal primo ha preso il fisico, dalla seconda la cultura. Look alleniano, dizione ferilliana. Risultato: un americano a Roma. Quartiere Testaccio.

Il riscatto della sinistra è per lui la vendetta del fantozzismo. Lele Veltroni è uno che ha mangiato pane e Tv dalla nascita perché suo padre è stato un valoroso cronista della Rai. Anzi dell’Eiar. Farà piacere sapere che Vittorio Veltroni, padre di Walter, fu radiocronista nel ’38 della visita di Hitler a Roma. Entusiastica radiocronaca Tutto il Führer minuto per minuto di Veltroni, Cremascoli e Palmieri. E poi fece reportage encomiastici sull’Italia fascista in guerra. Ma, caduto il fascismo, il suo collega Cremascoli fu epurato e lui ne prese il posto come responsabile delle radiocronache. Non mi sognerei di trovare un filo di hitlerismo in casa Veltroni; voglio solo dire a Walter che sessant’anni dopo non si può vivere di antifascismo, come fa lui, magari demonizzando tutti quelli che – come suo padre – hanno onestamente svolto la loro attività all’ombra del regime.

Ma torniamo a bomba, no ritiro l’espressione infausta; torniamo alla telefamiglia di Sor Lele Veltroni. Che deve fare una povera bestia di telespettatore che non è di sinistra, fingere di non capire il retrogusto pedagogico? Non vedere la tv? Cercare spasmodicamente col telecomando documentari sugli animali e previsioni meteorologiche? Oppure deve vedere gli sceneggiati col filtro, cercando di interagire sulla trama per modificarla a suo gusto ? Proporrei una soluzione: come ci sono programmi ritradotti per sordomuti, così rifate la telenovela in versione destrorsa con una specie di traduttore simultaneo che demistifica le cadute a sinistra o le ritraduce al contrario, in chiave bipolare. Che fatica, ragazzi, la libertà.

 

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