Marcello Veneziani

A tenere insieme le due sinistre è rimasta soltanto l'ansia del potere.

Da "il Giornale" - 19 Febbraio 1999


Non è solo questione di facce, di vendette personali e di arboristeria tra querce e ulivi. La guerra tra Prodi e D’Alema tocca il Dna della sinistra italiana. E tocca alle radici l’egemonia del centrosinistra. Non è possibile infatti pensare a un equilibrio perfetto tra le due componenti: ci sarà sempre la prevalenza dell’una sull’altra, legittimata da ragioni di forza elettorale o di agibilità politica, di organizzazione di partito o di maggiore presentabilità sociale e internazionale. E non possiamo obiettivamente sentirci europei se pensiamo che, unici in Europa, abbiamo al governo personaggi e partiti che fanno capo ai due principali schieramenti antagonisti in Europa: da una parte i popolari moderati di centro e dall’altra l’internazionale socialista e democratica di sinistra. L’equivoco non può durare in eterno; con i parametri politici di Maastricht non siamo a posto, abbiamo due piedi in uno Stivale.

Ma il problema di fondo è che le due mentalità sinistresi, quella ulivista e quella quercista, sono incompatibili alla radice; la prima fa perno sulla società civile, la seconda sul Partito; la prima è virale, mira a contaminare e ungere la società come una macchia oleosa; la seconda è batterica e mira a egemonizzare la società; la prima è pacionista, punta cioè sui faccioni di Prodi, Di Pietro, Rutelli, e via dicendo; la seconda è professionista, e scommette sulla consumata capacità di navigazione degli apparati.

E poi, la sinistra nel caso ulivista è una specie di clima, di habitat, che si mescola con cattolicesimo e tecnocrazia. Nel caso quercista è invece una sinistra che si trasforma di volta in volta in cattolicesimo e tecnocrazia. La prima ha come modello il melting pot, la seconda ha come modello il trasformismo. L’Ulivo è bisessuale (maschio con Tonino, materno con Romano, ombroso con Cacciari, puer glabro con Rutelli), la Quercia è transessuale (da comunista a democratico di sinistra, da filosovietico a filoamericano, dal Cremlino a Casablanca). O, se preferite un paragone alimentare, l’Ulivo è un passato di verdura, in cui tutti gli ingredienti risultano fusi in un pappone; la Quercia è un minestrone di verdure in cui galleggiano i pezzi di vecchie provenienze: si distinguono ancora i tranci di rape verdi, patate cattoliche, cavoli udierrini, barbabietole comuniste. A livello internazionale, l’Ulivo vorrebbe essere più liberal, ma in salsa parrocchiale; la Quercia vorrebbe essere più socialdemocratica, ma in salsa gramsciana.

Cos’hanno allora in comune le due sinistre? Un retrogusto ideologico all’insegna dell’antifascismo e un giacobismo dolciastro, strisciante. In fondo, quello è l’unico cemento a cui si richiama disperatamente Walter Veltroni per salvare l’alleanza e soprattutto la sua biografia personale. Veltroni infatti è diventato un caso umano perché ha la testa nell’Ulivo ma i piedi nella Quercia; deve fare gli interessi dalemiani pur avendo le stimmate dell’Ulivo. E allora punta su questo esile tratto comune giacobino e antifascista, e ogni giorno chiede a Prodi e indirettamente a D’Alema di sparare sulla destra, di rivolgere le proprie polemiche contro il Nemico. Perché se togli quel collante, l’odio per l’Italia di Berlusconi e Fini, non resta nulla. La stessa coalizione di governo va in pezzi e i suoi tronconi schizzano da tutte le parti.

Sul piano pratico il punto di unione tra sinistra e sinistra coincide con il punto di maggiore tensione: il potere. E’ quella, in fondo, l’unica ragione che unisce una coalizione così eterogenea: se non fossero ministri, sindaci o presidenti, ognuno sparerebbe palate di fango sugli altri alleati. Però il luogo di incontro più morboso è anche il luogo di scontro più feroce. Prendete la lottizzazione: c’è una guerra civile intestina e clandestina da far spavento. Provate a sentire le redazioni della Rai, i vertici di molti enti, le giunte di molte città: la caccia all’uomo, la resa dei conti tra bande rivali e il proselitismo door to door prosegue incessante e senza esclusione di colpi bassi. Gli ulivisti si insinuano come testimoni di Geova nelle case dei cattolici. E viceversa, i quercisti li respingono come se fossero una setta satanica. Se vogliamo localizzare il bubbone della guerra civile a sinistra dobbiamo andare a Bologna, eletta capitale da entrambe le sinistre: gli ulivisti perché è la loro città del Vaticano, dove vive il loro papa Romano Prodi, i quercisti perché è la capitale morale dell’italocomunismo, l’epicentro dei Ds. Anche storicamente, Bologna è per Prodi la città del suo padre spirituale, Dossetti; e per D’Alema la storica Stalingrado del suo partito. Scoppierà dunque la guerra del tortellino. Anche perché, nel frattempo, Bologna la rossa è diventata la città del nord dove si vive peggio, a cominciare dalla sicurezza e dall’ordine pubblico. E ciò grazie a una sinistra di governo che ha disarmato psicologicamente le forze di polizia. Ottenendo, fra l’altro, la testa del vicequestore Giovanni Preziosa, trasferito da Bologna, perché reo di usare la mano pesante con la criminalità, ieri con l’ultrasinistra, oggi con gl’immigrati irregolari. Insomma Bologna sarà probabilmente la pietra dello sfascio.

Non a caso, l’ultima tempesta tra ulivisti e quercisti è stata scatenata proprio sul fronte di Bologna: capeggiate da Lerner, le truppe ulivastre hanno attaccato l’approdo di D’Alema nel programma C’era un compagno che come me… del mito canoro bolognese più celebre dell’italocomunismo: Gianni Morandi. Dal presidente della Regione La Forgia al compagno Morandi: Bologna la rossa sarà probabilmente la prima città dove la sinistra consumerà la sua lotta fratricida.

 

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