Armando Massarenti

Giordano Bruno, bruciato vivo il 17 febbraio 1600 per aver sostenuto che l’uomo non è al centro del cosmo
AL ROGO IL LIBERO PENSIERO
Agli inquisitori rispose: «Muoio martire e volentieri. Con quel fumo la mia anima se ne andrà in Paradiso»

Da "il Sole 24 Ore" -   Domenica 13 Febbraio 2000


«Quattro secoli fa, il 17 febbraio 1600, a Roma, Giordano Bruno moriva sul rogo, condannato dall’Inquisizione. Aveva proclamato l’universo infinito, la molteplicità dei mondi, la vita cosmica». Questo lapidario annuncio apparirà, senza firma, giovedì prossimo, il giorno stesso di questo triste anniversario, sulle pagine Carnet di «Le Monde», là dove le grandi famiglie della borghesia francese amano pubblicare le loro nascite, morti, matrimoni. Un’inserzione costosa, ma che non graverà su una sola persona. Dovrebbe far riflettere il fatto che a volerla sia stato un gruppo di ricercatori e scienziati (su iniziativa del fisico teorico e matematico Jean-Marc Lévy-Leblond). Perché chiunque abbia letto anche solo poche pagine di Bruno non può non accorgersi di quanto in realtà egli sia estraneo allo spirito scientifico moderno. Anche quando affermava idee o teorie che solo con la scienza moderna sarebbero divenute moneta corrente, lo faceva con un linguaggio e adottando metodi in cui nessuno scienziato oggi si potrebbe riconoscere.

Nato nel a Nola nel 1548, Bruno aveva ricevuto a Napoli una formazione filosofica di indirizzo aristotelico-averroistico, manifestando nel contempo un forte interesse nei confronti della mnemotecnica e dell’ars combinatoria lulliana. La progenitrice della moderna logica matematica e dei sistemi informatici? Forse. Ma ancor di più — come afferma Paolo Rossi, l’autore di Clavis Universalis — un "fossile intellettuale", un ferro vecchio dimenticato per secoli. Divenuto domenicano nel 1565, Bruno lasciò l’abito nel 1576 cominciando quella peregrinazione che in quindici anni lo porterà a insegnare filosofia e arte della memoria a Tolosa, Parigi, Oxford, Wittenberg, Praga, Helmstedt, Zurigo, Francoforte, e a pubblicare – tra l’82 e il ’91 – una trentina di opere in cui metteva a punto una personale concezione mnemonico-combinatoria e, soprattutto, un innovativo sistema di filosofia della natura. Il fulcro della sua nuova cosmologia è l’adesione alla teoria eliocentrica copernicana (intesa come teoria fisica e non come semplice ipotesi astronomico-matematica, come voleva cautamente la Chiesa) e la sua estremizzazione in una prospettiva radicalmente infinitistica: un universo infinito, senza alcun centro e omogeneo nella sua realtà materiale e spaziale, popolato di una pluralità di mondi.

Tutte idee con cui uno scienziato oggi in realtà si trova perfettamente a proprio agio. O non è vero che vi si può intravedere addirittura un’anticipazione della relatività di Einstein e della cosmologia contemporanea? Sì e no. Lo scienziato di oggi, leggendo Bruno, vedrà queste e altre sorprendenti anticipazioni (come quella sulla continuità biologica tra uomini e bestie), ma della scienza moderna non troverà almeno una cosa essenziale: la spinta verso la matematizzazione. Per questo gli appariranno abbastanza familiari Galileo e Newton, ma non Bruno.

Di tutto questo i nostri scienziati parigini sono perfettamente consapevoli. Perché allora vogliono fare di Bruno il loro eroe? Ce lo spiega proprio Lévy-Leblond: perché ciò che di prezioso Bruno ha insegnato alla scienza e a tutti noi, fino al punto di immolarsi, è un atteggiamento di fondo che oggi andrebbe rinvigorito: è quella rivendicazione, ostinata e coerente, di una libertà interiore e di giudizio che egli manifestò fin da quanto entrò in convento tra i domenicani, la quale ben poco si adattava alla severa disciplina dell’Ordine e all’orientamento dottrinale della Chiesa, e che ancora oggi mal si adatta a molte situazioni istituzionali, scientifiche e accademiche comprese. Non importa tanto ricordare quanto le idee di Bruno fossero eversive (oggi, in fondo, lo sono molto meno). Né che il suo sistema fisico cosmologico —t toglienedo all’uomo ben più radicalmente di Copernico l’illusione i essere al centro di qualcosa — minasse alla radice i valori consolidati sul piano morale e metafisico. Quel che conta oggi è soprattutto quella sua straordinaria libertà di giudizio, che ha segnato la nascita della scienza moderna e della quale va recuperato lo spirito.

Ad essa rendono omaggio anche le dimostrazioni ufficiali che si terranno nei prossimi giorni, in particolare a Nola, dove nacque, e a Roma, dove fu arso vivo in Campo dei Fiori dopo otto anni di processo. Ed è altrettato significativo che la nuova collana dei Meridiani Mondadori «Classici dello Spirito» si inauguri proprio con lui, il grande "novatore" del Rinascimento che per difendere la libertà dello spirito morì «martire e volentieri».


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