Dario Antiseri

Che ingombrante il suo libro, professor Popper

Da "il Sole 24 Ore" -   Domenica 13 Agosto 2000


«Mi è dispiaciuto leggerenella sua lettera che lei considera il principio di "libertà valido nella misura in cui non interferisce con le libertà altrui" come "assolutamente inutile". Sebbene tale principio non sia abbastanza e debba essere supportato da altre idee di tipo morale, non penso che lei abbia ragione; e, mi spiace dirlo, le sue argomentazioni su questo particolare punto ricordano quelle di Hegel (il quale aveva contestato la stessa cosa a Kant). Questo è il motivo per cui sono dispiaciuto». A dispiacersi è Karl Popper in una lettera scritta il 15 agosto del 1946 a Ernest Gellner, come risposta a una lettera inviatagli da costui e contenente dei rilievi critici riguardanti La società aperta e i suoi nemici, opera che era stata pubblicata pochi mesi prima dalla Routledge di Londra.

Nel dopoguerra il mondo filosofico inglese era dominato dalla filosofia analitica e Gellner, deciso avversario della filosofia del linguaggio, venne chiamato alla London School per insegnare filosofia agli studenti di sociologia come alternativa alla possibilità di frequentare le lezioni di Popper. Fu allora che Gellner conobbe Popper. I due, durante i venti anni in cui furono colleghi, ebbero pochi e informali contatti. Ma, verso la fine della sua vita, Gellner dichiarò che l’influenza di Popper su di lui non era stata seconda a quella di nessuno.

Ammirata come un classico del pensiero liberale, La società aperta e i suoi nemici è stata anche oggetto dei più velenosi attacchi. Scrivono J. Jarvie e S. Pralong: «Gli essenzialisti, gli studiosi di Platone, gli storicisti, i marxisti e i positivisti che erano stati attaccati nel libro adottarono varie tattiche difensive, compresi il travisamento e la denigrazione. Ma la tattica più diffusa e di maggior successo fu quella di ignorare Popper». Persino figure di primo piano come Leo Strauss ed Eric Voegelin si lasciarono sfuggire commenti velenosi. Strauss, dopo aver ascoltato una conferenza tenuta da Popper a Chicago, scrive a Voegelin dicendo che non vi era nient’altro che «il più insipido e privo di vita positivismo» e chiese a Voegelin un suo giudizio su La società aperta. Costui rispose che il libro era, a suo avviso, «una sciocchezza impudente e dilettantistica. Ogni singola frase è uno scandalo». E questo fu il suo giudizio sulla persona di Popper: «Popper è un rozzo attaccabrighe ideologico», «un intellettuale fallito», «un volgare mascalzone impertinente».

In seguito, nei lunghi anni della guerra fredda, l’opera politica di Popper venne coperta di insulti. Oggi, dopo il crollo del mondo comunista, la situazione è mutata. E anche coloro che sino all’ultimo si sono ostinati a non vedere sono oramai costretti a riconoscere la profondità intellettuale e il valore morale di Popper «filosofo della politica». La società aperta è uno dei libri più letti e studiati nei Paesi ex comunisti, l’edizione in lingua russa è stata uno dei più grandi successi editoriali di questi ultimi anni. Il volume Popper in Cina (tradotto pure in italiano nel 1995 dalla Rusconi) testimonia l’ammirata attenzione delle Università cinesi nei confronti sia del Popper epistemologo che del Popper politologo.

Non fa, dunque, meraviglia che, in occasione dei cinquant’anni dalla pubblicazione de La società aperta e i suoi nemici, intellettuali prestigiosi — tra cui Fred Eidlin, Joseph Agassi, John A. Hall, Ernst Gombrich, David Miller, Mark Notturno, eccetera — abbiano voluto riflettere, in un convegno che ebbe luogo a Praga nel 1995, un anno dopo la morte di Popper, sul destino delle sue idee politiche. È Gombrich ad aprire il volume con un saggio sui Ricordi personali circa la pubblicazione de "La società aperta": l’estenuante lavoro di stesura del libro, il manoscritto respinto da parte di editori americani e inglesi, un Popper sull’orlo della disperazione, una vita di stenti. Il 29 luglio del 1943, Hennie — la moglie di Popper — scrive a Gombrich: «...Da ottobre fino a marzo, ci siamo nutriti solo di verdura cresciuta nell’orto ...; non è mai sufficiente, ma cerchiamo di farcela bastare .... Lo stipendio di Karl non è mai adeguato e ora lo è ancora meno di prima .... In quest’ultimo periodo Karl ha potuto lavorare solo nei fine settimana, ma durante l’estate ha lavorato letteralmente ventiquattr’ore su ventiquattro. Negli ultimi tre o quattro mesi era completamente esaurito; faceva fatica ad andare a letto perché non riusciva a dormire». E, in questa situazione, la consapevolezza di Popper di aver scritto un lavoro davvero importante. Il 16 aprile, sempre del 1946, Popper fa sapere a Gombrich: «Il manoscritto è finito; il titolo è Una filosofia sociale per l’uomo comune (è di circa 700 pagine). Credo che il libro sia di grande attualità e che sia urgente la sua pubblicazione (...). Il libro contiene una nuova filosofia della politica e della storia, e un’analisi dei principi della ricostruzione democratica; cerca, inoltre, di contribuire alla comprensione della rivolta del totalitarismo contro la civiltà, e di dimostrare che tale rivolta è vecchia tanto quanto la società democratica stessa».

Il libro era voluminoso. Forse sarebbe stato più facile trovare un editore se fosse stato ridotto il numero delle pagine. Ma ecco Popper: «Sono (...) assolutamente contrario ai tagli. Credo che il libro sia abbastanza di valore da essere, a volte, un po’ meno breve rispetto a quanto sarebbe potuto risultare. Il libro è scritto con un’attenzione insolita; conosco poche persone così scrupolose e attente a ogni dettaglio come me; con il risultato che (...) il libro acquista, un raro grado di lucidità e di chiarezza; e tutto questo in un libro che (...) è denso di riflessioni in ogni singola pagina. Rifiuto categoricamente l’affermazione che esista la più piccola ragione intrinseca per eventuali tagli».

Hayek si dà molto da fare perché il libro di Popper venga pubblicato. Alla fine è la Routledge che accetta l’offerta facendo uno dei più grossi affari editoriali della sua storia. Fu Hayek dunque che riuscì a fargli pubblicare il libro; fu Hayek che un paio d’anni più tardi lo chiamerà a insegnare alla London School of Economics and Political Science; e fu sempre Hayek che si offrì per scrivere la prefazione a La società aperta. Popper, però, non gradì affatto l’idea e scrive a Gombrich: «Non c’è bisogno che tu dica che non potrei mai accettare la proposta di Hayek, a nessuna condizione (1) perché sono troppo orgoglioso da accettare un’offerta del genere (persino dal Presidente Truman, o da John Dewey, o da Shirley Temple), (2) perché marcherebbe sia me sia il libro».

Quando agli inizi di gennaio del 1946, i coniugi Popper sbarcarono a Londra, Gombrich e signora andarono loro incontro al porto, «e fui contento — rammenta Gombrich — di riuscire a portare a Karl la prima copia de La società aperta e i suoi nemici, che egli esaminò impazientemente sul treno e sull’autobus verso la nostra casa bifamiliare a Brent». E Gombrich si chiede: «Chi di noi, quel giorno, avrebbe predetto quanto tutti noi saremmo stati arricchiti, per oltre mezzo secolo, dalla sua mente tanto attiva?». In quel "tutti noi" di Gombrich sono ormai compresi milioni e milioni di uomini e donne che, oppressi, hanno trovato ne La società aperta di Popper una ragione per ribellarsi e che, nella libertà, vi trovano progetti e ideali da realizzare.

J. Jarvie e S. Pralong (a cura di), «La società aperta 50 anni dopo», Armando, Roma 2000, pagg. 320, L. 45.000.


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