Angelo Panebianco

La sinistra perde la sua coalizione di sostegno

Sotto il vento del centrismo

Da "il Corriere della Sera" -   Lunedì, 21 Agosto 2000


E’ indubitabile che oggi, come ha scritto Michele Salvati sul Corriere del 19 agosto, il centrosinistra stia pagando con una lenta agonia lo «svantaggio strutturale» che esso ha nei confronti del centrodestra. Quest’ultimo è dominato da un partito «centrista» (Forza Italia) in grado di tenere a bada le sue «ali» destre (Lega e An), mantenendo così capacità d’attrazione sull’elettorato di centro. Il centrosinistra, al contrario, è guidato da un partito ex comunista senza capacità di «sfondamento al centro» mentre i suoi alleati cosiddetti centristi (popolari, mastelliani, democratici eccetera) sono piccoli, divisi, rissosi e, pertanto, poco credibili agli occhi del grosso dell’elettorato di centro. Ciò che dice Salvati è verissimo e contribuisce a spiegare l’attuale crisi del centrosinistra. Va considerato, però, anche un altro aspetto. Nonostante il succitato «svantaggio strutturale» (che, come dice Salvati, c’è sempre stato) il centrosinistra ha goduto, fin qui, di un importante vantaggio: la «forza della tradizione». Quando nel 1996 la coalizione dell’Ulivo vinse le elezioni, essa apparve subito come l’erede più diretta di quel centrosinistra che aveva governato l’Italia, quasi senza interruzioni, dai primi anni Sessanta, ai primi anni Novanta. C’erano stati certamente grandi cambiamenti dovuti alle conseguenze (inchieste giudiziarie incluse) della fine della guerra fredda: erano scomparsi la Dc, il Psi, i partiti laici e l’ex partito comunista era ora la forza principale della coalizione. Tuttavia, non era difficile rintracciare nelle biografie di tanti uomini della coalizione che portò Prodi alla vittoria e al governo le tracce della passata, trentennale stagione di centrosinistra. Questa continuità venne riconosciuta, in primo luogo, dalla classe dirigente (intesa nel senso più ampio dell’espressione) che con gran parte degli uomini dell’Ulivo aveva consuetudine di rapporti, affinità, legami antichi. Basta confrontare il modo radicalmente diverso con cui il «Paese che conta» trattò, rispettivamente, il governo Berlusconi e il governo Prodi.

Nel primo caso guardò agli «uomini nuovi» inaspettatamente e fortunosamente giunti al potere, come se fossero marziani o giù di lì: parvenu venuti su dal niente, gente mai vista prima, gente di cui nemmeno si sapeva che cosa davvero pensasse, qualcosa di simile a intrusi che si aggiravano nelle sale della festa senza essere stati invitati e senza conoscere le regole dell’etichetta. Nessuno, credo, meglio di Eugenio Scalfari, seppe interpretare nei suoi articoli, all’epoca del governo Berlusconi, questo atteggiamento genuinamente stupefatto e scandalizzato di fronte a una così inaspettata invasione di barbari.

Nel secondo caso, quello del governo Prodi, l’atteggiamento fu assai diverso. Respinti i barbari, andavano ora al governo «vecchi amici»: quelli, soprattutto ex sinistra democristiana, che avevano già governato nel trentennio del centrosinistra dal 1960 al ’90, e quelli, ex Pci, gente per lo più solida e affidabile, con cui tanti proficui rapporti informali si erano stabiliti nello stesso periodo.
La «luna di miele», quel periodo di benevolenza che normalmente accompagna i primi passi di un governo appena insediato, venne così negata al governo Berlusconi ma concessa al governo Prodi.

Non c’è nulla di strano o di particolarmente ingiusto in tutto questo. E’ semplicemente inevitabile che si diffidi di chi non si conosce e si simpatizzi con chi ci è familiare da tempo. Lo «svantaggio strutturale» di cui parla Salvati è stato dunque compensato, per un certo periodo di tempo, dalla «forza della tradizione», dal fatto che l’ establishment di questo Paese, in tutte le sue articolazioni, riconobbe nel centrosinistra un insieme di uomini e tradizioni politiche conosciuti e collaudati.


Il fatto nuovo, mi sembra, non è lo svantaggio strutturale, quanto la circostanza che la «coalizione di sostegno», quella aggregazione di industriali, intellettuali, magistrati, giornalisti, sacerdoti, alti funzionari pubblici, eccetera che aveva «fatto opinione» a favore del centrosinistra è ormai in via di liquefazione. In virtù degli errori commessi dai governi di centrosinistra, in virtù dell’abilità fin qui dimostrata dal capo dell’opposizione, in virtù dell’effetto bandwagoning (la tendenza a saltare sul carro del vincitore) che ieri premiò il centrosinistra e oggi sembra premiare il centrodestra.

Gianni Baget Bozzo ha previsto l’avvento di una nuova, lunga, stagione «centrista». Con un futuro governo Berlusconi si tornerebbe, secondo Baget Bozzo, in forme nuove, adatte ai tempi, a quel «centrismo» che fu archiviato nei primi anni Sessanta con l’avvento del primo centrosinistra. La previsione è suggestiva.

È implicita l’idea che il nostro non sia un Paese capace di sopportare frequenti alternanze, che da noi la democrazia possa funzionare solo se vi si affermano per lunghi periodi poteri egemonici (ancorché democratici). All’egemonia quarantennale del centrosinistra sarebbe sul punto di subentrare una nuova egemonia «centrista» (di centrodestra). Meno statalista del centrosinistra attuale, così come il centrismo degli anni Cinquanta era stato meno statalista del centrosinistra degli anni Sessanta e seguenti.
È possibile che Baget Bozzo abbia ragione. Il vento non spira più, tutto sommato, a favore della sinistra. Lo statalismo - l’intervento massiccio dello Stato nella vita economica e sociale - non è più coerente con le esigenze di competitività in epoca di mercati aperti. E senza statalismo, la sinistra che sinistra è? È possibile che il cambiamento di direzione del vento contribuisca prima alla vittoria e poi alla stabilizzazione di una nuova alleanza egemonica destinata ad essere piuttosto longeva. È possibile.

È anche possibile però che si materializzi un diverso scenario: nel quale nessun nuovo potere politico sia davvero in grado di consolidarsi. A causa delle divisioni all’interno delle coalizioni di governo, a causa di un quadro istituzionale allergico a governi stabili e autorevoli, eccetera. Non si realizzerebbe allora la sostituzione di un’egemonia con un’altra altrettanto duratura. Assisteremmo invece alla continua alternanza fra coalizioni di governo troppo mediocri nelle loro performance per poter aspirare ad essere confermate al potere due volte di seguito.


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