Ernesto Galli della Loggia

Pio IX sotto accusa e Nietzche esaltato

Liberali deboli e vecchi nemici

Da "il Corriere della Sera" -   Domenica, 27 Agosto 2000


Una singolare coincidenza ha voluto che la beatificazione di Pio IX e l’anniversario della morte di Nietzsche cadessero più o meno negli stessi giorni e che, dunque, negli stessi giorni sui quotidiani si affiancassero i commenti ai due fatti e ai due protagonisti. Naturalmente, commenti di tono e contenuto assai diversi: di riconoscimento senza riserve dell’alto valore culturale nel caso dell’opera del filosofo tedesco e, viceversa, di condanna - in generale egualmente senza riserve - per la posizione complessiva rappresentata nella vicenda del cattolicesimo e del mondo contemporaneo da Papa Mastai, con conseguente, ovvia, rampogna per la decisione della Chiesa di proclamarlo beato.

Eppure, paradossalmente, a pensarci bene, Pio IX e Nietzsche hanno più di qualcosa in comune: essi, infatti, condivisero l’oggetto della loro massima avversione, per entrambi rappresentato dalla civiltà e dalla cultura liberali largamente intese. Insomma, se il Papa romano fu un antiliberale al quadrato, l’altro lo fu senz’altro al cubo.

Non è a dir poco singolare, allora, la diversità di giudizio che la nostra odierna sensibilità culturale adotta per l’uno e per l’altro? Se nel caso di Pio IX l’incarnare posizioni politico-culturali antiliberali è un peccato mortale dinnanzi allo Spirito e alla Storia, ebbene allora come si spiega che del medesimo peccato possa andare assolto - e, anzi, trarne lustro di «profeta epocale» - chi come Nietzsche non si stancò per tutta la vita di manifestare il suo più sincero disprezzo nei confronti dell’illuminismo, del progresso, dei principî dell’89, della democrazia, delle istituzioni rappresentative, del sentimento nazionale e chi più ne ha più ne metta? Perfino per ciò che riguarda l’ostilità nei confronti degli ebrei, come non pensare che Pio IX faccia la figura del dilettante a paragone del micidiale antisemitismo culturale del «veggente» di Sils-Maria? Non vorrei che la differenza tra i due fosse alla fin fine che il primo era un uomo di Chiesa e credeva in Dio e il secondo invece no. Sicché mentre l’antiliberalismo del primo diviene agli occhi dei più una colpa inespiabile, quello del secondo assurge, viceversa, al rango di prestigiosa stigmate del moderno (oggi: perché solo qualche decennio fa anche per l’antiliberalismo di Nietzsche vigeva il crucifige del «politicamente corretto»).

In realtà, proprio da qui il discorso va iniziato, dalla rottura della modernità, e non dal metro fallace dei nostri valori politico-culturali attuali, fondati sulla contrapposizione progressista-reazionario, che, applicati al passato, ci portano per lo più fuoristrada e ci trasformano in giudici caricaturali della storia.

Oggi come non mai ci rendiamo conto che l’avvento della modernità (intimamente legata all’individualismo liberale), per quante conquiste abbia comportato a noi tutti assai care, comportò anche delle perdite lancinanti. Per una ragione al di sopra di qualunque volontà: e cioè che le culture sono un tutto coerente e se si ha una cosa non si può avere il suo opposto. La cultura della modernità liberale ha voluto dire Progresso, Libertà, Individuo, Razionalità e, proprio per ciò, ha segnato la condanna della Tradizione, dell’Autorità, della Comunità, dell’Irrazionale. Oggi lo sappiamo e, proprio perché ci rendiamo conto della gravità di queste perdite, possiamo essere - almeno a me così pare - solo liberali in senso debole, vale a dire liberali convintissimi, sì, per ciò che riguarda la difesa dei diritti della persona individuale e degli ordinamenti politici che li garantiscono, cioè quelli del costituzionalismo ma, per il resto, liberali privi affatto di qualunque sicurezza sui valori ultimi, sulla visione escatologica del mondo che, viceversa, nutrì inizialmente certo liberalismo.Chi crede più oggi al Progresso o alla Libertà come ci si credette un secolo e mezzo fa? Come peraltro non ci credettero, da subito, né Pio IX né Nietzsche.

In realtà Pio IX non fece altro che riprendere la critica che la cultura cattolica (De Maistre, Chateaubriand, Cortes) era stata la prima a levare contro i principi della Rivoluzione francese. Certo, Pio IX non si accorse di due elementi decisivi: primo, che la libertà moderna era figlia dello stesso cristianesimo (ciò che invece Nietzsche vide benissimo, e proprio per questo fu, oltre che un antiliberale, un nichilista, cioè un nemico implacabile dell’idea giudaico-cristiana dell’uomo); secondo, che esistevano due ben diversi liberalismi: quello a sfondo ateistico di matrice franco-tedesca, e quello invece a sfondo religioso cristiano di matrice anglosassone.

La Chiesa oggi queste cose le sa, ma beatifica egualmente Pio IX. Perché? Forse per la stessa ragione per cui gli intellettuali europei leggono e apprezzano tuttora Nietzsche, pur non condividendone affatto i propositi diciamo così politici. Gli intellettuali laici europei sanno che se nel XX secolo non sono diventati dei cantori giulivi dell’esistente, se, pur rischiando di finire nelle braccia del nazismo o del comunismo, hanno conservato però uno spazio di autonomia critica nei confronti dell’ordine liberal-capitalistico, lo devono a Nietzsche, anche alla sua lezione. Allo stesso modo la Chiesa sa di dovere più o meno la stessa cosa a Pio IX, anche a Pio IX: e cioè il mantenimento della propria identità culturale attraverso la bufera della modernità.

Tra molte altre cose, infatti, il dogma dell’infallibilità papale, da lui voluto, significò che la Chiesa non sarebbe mai diventata una struttura governata al proprio interno dal principio democratico; così come il dogma dell’Immacolata Concezione equivalse a ribadire, in tempi di imperante razionalismo, il legame vitale dell’esperienza cattolica e della sua teologia con la dimensione del mistero: in entrambi i casi assicurando dunque che la Chiesa di Roma non avrebbe fatto la fine del protestantesimo.

Chi può dire, specie oggi, che non si sia trattato di scelte dotate di alto senso storico? Un senso, per altro, che mi chiedo fino a che punto sia utile attualmente alla stessa Chiesa insignire della Beatificazione. Anche perché a Pio IX toccò in sorte di vivere da protagonista un tempo di conflitti durissimi intorno alla meno santa delle dimensioni, quella rappresentata dalle faccende del potere, delle guerre, della politica: faccende che, come si sa, riguardarono molto da vicino proprio noi italiani. Ma questa è un’altra storia, e sarà meglio affrontarla un’altra volta.


Torna alla pagina precedente

Ritorna alla Pagina Precedente
Pagina principale Pagina Principale