Sergio Romano

Regionali, le «strane» alleanze dei due Poli. Divergenze parallele.

Da "il Corriere della Sera" -   Mercoledì, 16 Febbraio 2000


Il centro-sinistra e il centro-destra si lanciano da qualche tempo la stessa accusa. Il primo sostiene che gli accordi dell'opposizione con la Lega e i radicali sarebbero incoerenti, se non persino «contro natura». Il secondo sostiene che una eventuale intesa della coalizione di governo con Rifondazione comunista avrebbe la stessa credibilità di quella che fallì nell'ottobre del 1998. Hanno ragione entrambi, naturalmente. Un centro-destra di cui facessero parte Berlusconi, Fini, Bossi, Pannella ed Emma Bonino, sarebbe contemporaneamente moderato, europeista, nazionale e sociale, populista e federalista, liberale e libertario. Un centro-sinistra di cui facessero parte D'Alema, Cossutta, Bertinotti, Parisi, Castagnetti e Mastella sarebbe contemporaneamente, per non parlare di altre contraddizioni, privatizzatore e statalista, liberalizzatore e dirigista.

E' difficile, a questo punto, liquidare il problema come una doppia follia. Se i due schieramenti sono costretti a fare la stessa cosa bisognerà almeno cercare di capirne le ragioni.

La gara, come in ogni altro Paese europeo, è fra socialdemocratici e moderati, tutti e due egualmente ansiosi di strapparsi il voto fluttuante che occupa saldamente il centro della società. Ma la legge elettorale favorisce la frammentazione delle famiglie politiche e costringe ciascuno dei due poli a cercare alleati. Nascono così due collage, tenuti insieme dai rapporti di frontiera che intercorrono fra i partiti che ne fanno parte. Mi spiego meglio. Una parte dell'elettorato di Fini confina con quello di Berlusconi mentre una parte dell'elettorato di Berlusconi confina, per un verso, con quello della Lega e, per l'altro, con quello dei radicali. A sinistra accade la stessa cosa. Una parte dell'elettorato di D'Alema confina con quello dei Democratici di Parisi, ma un'altra è vicina ai comunisti di Cossutta; e una parte dell'elettorato di Cossutta è vicina a quello di Rifondazione. I due collage sono quindi in realtà due arcobaleni in cui i colori sfumano l'uno nell'altro. Non vi è in questo nulla di sorprendente. Nella società, per fortuna, esistono più sfumature che steccati e cavalli di frisia.

Le difficoltà, tuttavia, cominciano quando uno dei due arcobaleni va al potere e deve realizzare un programma di lungo respiro, coerente e organico. Di centro-destra o di centro-sinistra, il governo è costretto a patteggiare con le proprie frange più radicali e ad accontentarsi di qualche mediocre, laborioso compromesso. E' possibile uscire da questo stallo?

Le soluzioni, mi sembra, sono due. Potremmo cambiare la legge elettorale e adottare un sistema maggioritario, possibilmente a due turni, con una soglia di sbarramento abbastanza elevata; vale a dire una formula che riduca considerevolmente il numero dei partiti. Oppure potremmo dare al leader della coalizione vincente il diritto di formare il governo e soprattutto, se gli alleati gli rendono la vita difficile, quello di sciogliere le Camere. La prima soluzione ridurrebbe il numero dei partiti e la seconda permetterebbe al presidente del Consiglio di tenere in riga i suoi alleati recalcitranti. Ma il partito del maggioritario è diviso fra i due campi e l'attribuzione al presidente del Consiglio del potere di sciogliere le Camere richiede la modifica della Costituzione.

Allo stato attuale delle cose, quindi, le due soluzioni sono altrettanto difficili e tutto, probabilmente, andrà avanti così. Pazienza. Ma vorremmo, se possibile, che la classe politica ci risparmiasse uno spettacolo in cui i due schieramenti commettono gli stessi peccati e ciascuno di essi considera quelli dell'altro più gravi dei propri.


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