L’INTERVISTA/ Il ministro degli Esteri chiede maggiore attenzione sul fronte economico e su quello politico ammonisce Vienna: «Ora tutto è più difficile». Nel dibattito sull’Europa siamo in prima fila, il nostro problema è che stiamo perdendo quote di mercato» «Dobbiamo tagliare i troppi fondi che lo Stato trasferisce alle Regioni per la Sanità e ridare fiato al ceto medio»

Dini: «L’Italia rischia sulla competitività»

Da "il Corriere della Sera" -   Giovedì, 6 Luglio 2000


ROMA - Troppo distratti su quanto accade a Bruxelles, a Parigi e Berlino? «Ma neanche per sogno» fulmina Lamberto Dini. Tagliati fuori dai grandi giochi per la costruzione della Nuova Europa? «Per favore, non scherziamo» allarga le braccia il ministro degli Esteri. Almeno, preoccupati per l’asse franco-tedesco che si staglia all’orizzonte (chissà, poi, quanto vicino o quanto lontano) della riforma dell’Unione? «Nessuna preoccupazione, perché siamo primi attori. Su alcuni temi siamo arrivati in anticipo sugli altri e comunque, ovunque si vada, non si decide senza di noi». Un filino ottimisti, qui alla Farnesina? Della serie che il dibattito di questi giorni è il gioco di società dell’estate 2000? «Niente affatto, ma il problema è un altro: quello che può tagliarci fuori è la nostra non sempre sufficiente competitività, è il pericolo di non tenere il passo con gli altri. Bisogna agire su questo fronte, sostenendo le imprese, tagliando i troppi soldi che lo Stato trasferisce alle Regioni per la Sanità, ma anche riducendo le tasse e riconquistando il ceto medio a questa grande sfida».

Insomma, non è questione di attenzione, di considerazione.
«Credo che sollevare il problema nei termini in cui l’ha fatto qualcuno sia stato un infortunio. Se poi qualcuno desidera che il dibattito sulle questioni europee sia più vasto, benissimo. Ma una cosa sia chiara: l’Italia è già in prima fila. Nella Conferenza intergovernativa chi ha parlato per primo di costituzionalizzazione dei diritti siamo stati noi italiani, quando era una cosa di cui pochi volevano sentir parlare. Anche sul tema delle decisioni e del diritto di veto, abbiamo espresso la nostra posizione fin dal primo momento: tutto deve essere fatto a maggioranza qualificata, salvo le questioni di rilevanza costituzionale all’interno dei Paesi. Non ci si arriverà, ma questa è la posizione più avanzata che è stata presentata. Come il discorso delle cooperazioni rafforzate. Sono cose di cui discutiamo di giorno in giorno».

Ma non sarà che francesi e tedeschi ne parlano un po’ di più, magari anche tra loro...
«Posto che su tutti i punti che ho appena elencato le differenze tra Francia e Germania sono notevoli, che i grandi Paesi si parlino, si consultino, cerchino di raccordarsi e di trovare consensi è normale e indispensabile: non dobbiamo preoccuparci di questo. Anche noi abbiamo i nostri incontri bilaterali, come la Francia e la Germania. E comunque, nell’Europa a 15 non basta l’accordo tra due, ci vuole molto di più. Ci sono molte posizioni diverse: come sulla carta dei diritti, che noi vorremmo molto forte e che alcuni Paesi, sul fronte dei diritti sociali, pensano assai meno impegnativa».

Il presidente Jaques Chirac ritiene di poter disegnare la Nuova Europa entro il semestre di presidenza francese. Sulla base delle differenze che esistono, è ipotizzabile?
«Chirac ha il dovere di portare a conclusione la Conferenza intergovernativa. Bisogna vedere come ci arriveremo. D’altra parte, la Francia non può permettersi di arrivare a dicembre con un risultato minimo e noi la aiuteremo».

Esportiamo più generosità o problemi?
«Di problemi ne abbiamo. La moneta unica richiede cambiamenti e misure che rafforzino la competitività del nostro Paese. L’esame del Documento di programmazione economica (Dpef) mostra ancora una volta - e del resto il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio l’aveva detto - che perdiamo competitività. Lo vediamo nell’andamento del commercio con l’estero, che rimane in attivo ma mostra segni di riduzione del saldo tra esportazioni e importazioni. Stiamo perdendo quelle quote di mercato che avevamo guadagnato negli anni precedenti. Non si tratta solo del costo del lavoro e di quello di produzione. Quando si dice che i consumi degli italiani non crescono abbastanza, dobbiamo ricordare che per anni abbiamo dovuto stringere la cinghia per riuscire a entrare nella moneta unica. Ma ora i consumi sono in ripresa e la cosa importante è la crescita anche degli investimenti».

In un quadro dove permangono una serie di problemi strutturali.
«Certo, ci sono rigidità strutturali che sono limiti alla crescita. L’economia italiana cresce meno di quelle europee, ne è trascinata. Il Dpef per quanto riguarda la previdenza fa un’analisi più di lungo periodo, non si sofferma sulla revisione dello stesso sistema prevista per il 2001. Poi c’è il discorso assurdo che alcuni fanno sul fatto che l’Italia spende meno di altri in settori come la scuola o la sanità rispetto al Pil: ma spendiamo il doppio rispetto a tutti sul debito pubblico perché abbiamo il doppio di debito pubblico accumulato. Al netto del debito, la percentuale del totale di queste voci è maggiore che in altri Paesi».

Dunque, tagliare.
«Dunque, rendere più efficienti i servizi, riducendo le diseconomie esterne, privatizzare, avere più coraggio sul fronte della flessibilità. Alcune cose sono state fatte ma non abbastanza. Dal pacchetto Treu in poi non c’è stato più niente e anzi si è cercato di limare quello che era stato fatto. Eppoi va affrontato l’eccesso di spesa sanitaria: non è più possibile far gravare sul Fondo sanitario nazionale le spese incontrollate delle Regioni. Se ci sono Regioni che vogliono dare maggiori servizi, se li paghino. Ci sono alcune migliaia di miliardi che erodono il surplus di entrate che deve essere invece destinato a ridurre l’imposizione, facendo respirare anche quel ceto medio che per anni ha pagato la parte più cospicua del conto per l’ingresso nella moneta unica».

Si va verso una Finanziaria elettorale, insomma...
«No, perché se vogliamo fare di più da una parte, cioè ridurre le imposte, dovremo tagliare spesa in settori come la Sanità. Ma non possiamo non dire che è la prima volta che si va verso una Finanziaria che distribuisce. Insomma, abbiamo risanato la finanza pubblica? Sì. Abbiamo battuto l’inflazione? Sì. La disoccupazione scende? Sì. Detto questo, occhio alla competitività. Dobbiamo fare una buona Finanziaria, che sia per la gente ma anche per le imprese. Non dobbiamo solo guardare ad alcune fasce della società perché sarebbe un grave errore politico: ripeto, dobbiamo ridare fiato al ceto medio».

Una Finanziaria da rendere appetibile anche all’opposizione, visti i numeri che la maggioranza ha in Parlamento.
«Io non credo che con l’opposizione si possa concordare granché. Dovremo essere noi molto compatti. Per dare fiducia: dentro e fuori il Paese».

A proposito di fiducia, può dar fiducia un Paese che per tre giorni discute solo della sconfitta agli Europei di calcio?
«Personalmente credo che il capo dell’opposizione potesse risparmiarsi la battuta su Zoff. Lui dice che è stata una battuta da tifoso ma quando si vestono i panni dell’uomo pubblico bisogna tenerne conto. Detto questo, l’Italia è oggi un Paese credibile. Non siamo più quelli che non sanno gestire le loro cose, tenere sotto controllo i loro conti. Veniamo consultati su tutto, su cose che una volta ci passavano sulla testa. Abbiamo fatto molto, ma molto resta da fare».

Forse dovrà farlo Berlusconi, se vincerà le elezioni...
«E se ne avrà la capacità e non è detto che ce l’abbia».

Comunque, chiunque ci sarà tra un anno a governare l’Italia, dovrà fare i conti la Nuova Europa. Ammesso che il referendum sulle sanzioni contro l’Austria voluto da Haider non finisca per bloccare tutto.
«Forse abbiamo sottovalutato quella che è la tensione politica interna in Austria. Mi pare tuttavia che se si guarda la cosa dal lato degli altri 14 Paesi dell’Unione, sarebbe stato preferibile che l’Austria non avesse portato con forza il problema all’attenzione dei Capi di governo al vertice di Feira a giugno e che anche ora avesse preso un profilo più basso, il che avrebbe permesso nei prossimi mesi, anche attraverso la formula dei tre saggi, di tracciare il cammino per uscire da questa situazione. La presidenza francese sarebbe stata facilitata dal lavoro dei saggi. Il referendum ci spiazza. Non possiamo non guardare con preoccupazione al referendum».

Ma proprio per questo, come è spiegabile il cedimento del cancelliere Schüssel alla richiesta del leader nazionalista Haider?
«Probabilmente la tensione politica interna è salita al punto da rendere impossibile opporsi. Certo è comunque difficile immaginare che 14 Capi di governo al prossimo vertice di Biarritz a ottobre possano cedere a qualcosa che può apparire come un ricatto: non paralizzare l’attività dell’Unione in cambio della cancellazione delle sanzioni».

Come mai non si è riusciti a trovare una soluzione fino a oggi. Perché la Francia è stata così intransigente?
«Credo che, al momento dell’adozione delle sanzioni, l’aspettativa dei governi europei era che il governo di coalizione austriaco non si formasse. Forse è in quella chiave che dobbiamo vedere le cose. Ma ora quel governo c’è e anche se il comportamento di Vienna in Europa è stato corretto, con il referendum si è creato un ostacolo in più. Mentre fino a oggi era una questione di restrizioni unilaterali tra i 14 Paesi e l’Austria, con il referendum la vicenda diventa comunitaria. Tutto ora è più difficile».


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