Angelo Panebianco
Islamici, cattolici e liberaldemocrazia. L'integrazione e le sue regole.
Da "il Corriere della Sera" - Lunedì, 6 Marzo 2000
Non ci poteva essere forse modo più spettacolare per fare irrompere nella «agenda politica» uno dei temi destinati a diventare fra i più caldi nei prossimi anni: quello del rapporto fra la nostra società e l'Islam. Lo ha fatto irrompere, con le sue dichiarazioni, rilasciate ad una assemblea di partito, quella di An, un prete-simbolo della lotta all'emarginazione, don Pierino Gelmini. Gelmini non ha usato giri di parole. Ha detto, testualmente: «I musulmani fra poco in Italia saranno il 10-15% della popolazione e metteranno a rischio la purezza dei nostri valori. Un tempo venivano per predare le nostre città, oggi hanno una parola d'ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all'Islam. Bisogna bloccare questo germe». Sarebbe bello (ma, tenuto conto del nostro costume, improbabile) che una questione così delicata, così importante, come quella che don Gelmini ha voluto evocare pubblicamente (anche se, credo, sbagliando luogo e toni), venisse dibattuta in modo freddo, razionale, non ideologico. La questione, in realtà, è intricatissima e ha molteplici implicazioni. In primo luogo, si intreccia con il tema dell'immigrazione. Dell'immigrazione abbiamo fin qui discusso (male), preoccupandoci di un solo aspetto: se bisognasse ricorrere a un governo rigoroso dei flussi immigratori e al pugno di ferro con i clandestini, oppure se fosse preferibile la via delle sanatorie e delle porte più o meno indiscriminatamente aperte. Abbiamo dato tutti più o meno per scontato che gli immigrati in regola e impegnati in attività lavorative legali, si sarebbero tranquillamente integrati, senza problemi per la comunità ospitante. Non abbiamo mai discusso, fin qui, delle diverse caratteristiche degli immigrati. Non ci siamo mai posti il problema se «l'integrazione» sia comunque sempre possibile, senza eccessivi costi, quale che sia l'identità culturale degli immigrati. Davvero, non fa differenza per noi, e i problemi sono più o meno gli stessi, se ad arrivare sono, poniamo, cattolici polacchi o musulmani maghrebini? È plausibile che non sia affatto così, ed è forse ora di cominciare a identificare i diversi problemi che possono insorgere in relazione alle specificità culturali delle diverse comunità di immigrati.
Che la presenza di una sempre più forte comunità musulmana (quella islamica è già oggi la seconda religione del Paese) crei specialissimi problemi, diversi da quelli legati ad altri tipi di immigrazione, sembra evidente. Le prime avvisaglie del resto si sono già avute: ricordate le manifestazioni di protesta a Torino di qualche mese fa sulla questione del chador? Vanno distinti almeno due aspetti del problema. Il primo riguarda i rapporti fra religione cattolica e Islam. Il secondo, quelli fra le comunità islamiche e lo Stato liberaldemocratico.
È probabile che don Gelmini, sollevando il problema, non intendesse solo rivolgersi al mondo politico. + probabile che si rivolgesse anche alla Chiesa e al mondo cattolico. Non è un mistero che nella Chiesa si confrontano posizioni diverse: c'è chi perora l'accomodamento a tutti i costi con l'Islam, e chi è più favorevole a una linea di fermezza e, ove occorra, di contenimento e contrapposizione. Sommando gli effetti della secolarizzazione con quelli del declino demografico italiano, è possibile che in capo a non molto la comunità cattolica si trovi a fronteggiare proprio qui, a casa sua, un competitore aggressivo e in espansione. Ci sarà coesistenza pacifica o conflitto? E quale posizione assumerà allora la Chiesa? Quale che essa sarà, di sicuro la società e la politica italiane ne saranno potentemente influenzate.
Il secondo aspetto riguarda la problematicità del rapporto fra Islam e istituzioni liberaldemocratiche dello Stato ospitante (in questo caso, il nostro).
Non è un mistero che per sua natura (soprattutto, per la mancata separazione fra sfera religiosa e sfera civile) l'Islam è refrattario ed estraneo alla filosofia e agli istituti della società liberale occidentale. Sarà possibile, fra comunità musulmane e istituzioni liberaldemocratiche, un accomodamento non conflittuale? Che cosa decideranno, per esempio, i tribunali della Repubblica quando, e se, qualche cittadina italiana di religione musulmana chiederà loro di tutelare i diritti che la nostra Costituzione le garantisce, per esempio in materia di affidamento dei figli, contro le usanze e i costumi della comunità religiosa di appartenenza?
Stiamo parlando, come è evidente, di un cocktail esplosivo che richiederebbe, perché non ci scoppi in faccia, di essere maneggiato con cautela, fermezza e preveggenza. Tre virtù che, come è noto, non ci appartengono. Occorrerebbe una condizione che non si dà in questo Paese a differenza di ciò che accade in altri Paesi europei: l'orgoglio delle proprie tradizioni. Lungi dall'essere una condizione che ostacola l'immigrazione, essa la rende possibile nella chiarezza e nell'ordine, perché, facendo subito capire all'immigrato quali sono i suoi diritti ma anche i suoi doveri verso il Paese ospitante, garantisce che l'integrazione sia davvero tale. Ma in Italia, almeno nell'Italia pubblica, circola più rispetto e attenzione per le culture altrui (meglio se extraoccidentali) che per la propria. Il relativismo culturale (l'assurda e contraddittoria idea che tutte le culture si equivalgano), nonché certi generici, e poco razionali, sensi di colpa per la «povertà» del mondo extraoccidentale, sono in Italia diffusissimi, sono senso comune, circolano nei mass media, alimentano tutte le trasmissioni televisive dedicate all'immigrazione e ai suoi problemi.
Non trovandosi di fronte una cultura, amichevole sì, ma anche sicura di sé e delle proprie ragioni, l'immigrante riceve messaggi ambigui e contraddittori, soprattutto, non è posto subito nella condizione di impegnarsi a rispettare le tradizioni del Paese ospitante. Ma con queste premesse si possono generare col tempo solo guai e forse anche tragedie. Questo atteggiamento italiano deve cambiare. Poiché c'è un solo modo per garantire una ordinata, felice, integrazione degli immigrati che si portano dietro una identità culturale forte. Che l'inserimento avvenga a certe condizioni. La principale è questa: se un'usanza del gruppo immigrato entra in conflitto con una regola del Paese ospitante, quest'ultima deve prevalere.
| Ritorna alla Pagina Precedente |