Sergio Romano

Libertà e Modernità

Da "il Corriere della Sera" - Lunedì, 13 Marzo 2000


Ogni vittoria dipende dal sistema elettorale con cui i cittadini sono andati alle urne e riflette sempre in modo necessariamente imperfetto gli equilibri tra le forze politiche al momento del voto. Ma Aznar ha vinto, ha la maggioranza assoluta e non sarà più costretto, quanto meno in teoria, a costruire una coalizione di governo, come nel 1996, con il partito catalano di Jordi Pujol. Tenuto conto di questa premessa, il voto spagnolo suggerisce sin d'ora tre rapide considerazioni.

Prima considerazione. Aznar torna in Parlamento con un risultato nettamente migliore e può affermare che la maggioranza degli elettori approva la sua politica. Ha portato la Spagna nell'euro, ha creato posti di lavoro, ha ridotto le imposte, ha privatizzato alcune fra le maggiori imprese nazionali, ha garantito al Paese negli ultimi anni una crescita che sfiora il 4% del Prodotto nazionale lordo, ha dato alla Spagna una maggiore visibilità a Bruxelles, in America Latina e nelle maggiori sedi istituzionali dell'Occidente. Le accuse e le riserve dell'opposizione social-comunista sul modo in cui ha realizzato questi obiettivi diventano oggi irrilevanti. La formula ha funzionato, gli spagnoli non vogliono fermare il treno in corsa e sono disposti ad accettare che la cura continui per altri quattro anni.

Seconda considerazione. L'alleanza social-comunista per una sinistra «plurale» (dove «plurale» significa evidentemente che ogni partito conserva la propria autonomia) non ha convinto gli elettori, non ha re- galato ai suoi leader la plusvalenza che speravano d'incassare, li ha privati di una parte dei loro consensi. Non sappiamo se questo sia dovuto alla debolezza dei socialisti o alla scarsa credibilità democratica dei comunisti, duramente colpiti dai risultati. Sappiamo tuttavia che le due forze politiche dovranno rivedere la loro strategia e che l'alleanza dovrà essere sottoposta a un'analisi severa. E' difficile immaginare che la sinistra metterà in campo alle prossime elezioni una nuova versione del «Fronte popolare».

Terza considerazione. I risultati spagnoli dovrebbero convincere i governi europei ad abbandonare l'utile retorica con cui hanno salutato in questi anni la vittoria dei partiti «fratelli». Non è vero che l'Europa stia andando a sinistra o possa, fra qualche anno, svoltare collegialmente a destra. I Paesi dell'Unione hanno gli stessi problemi (pensioni, occupazione, inflazione, necessità di adattarsi al mercato mondiale). Ma l'Unione non significa uniformità e non impedisce che ogni suo membro affronti questi problemi con i propri tempi e ritmi, le proprie tradizioni ed esigenze. La Gran Bretagna è stata governata per molti anni dal partito conservatore; non è innaturale che gli inglesi vogliano essere governati dai laburisti. La Spagna è stata lungamente governata dai socialisti; non è innaturale che i suoi elettori vogliano essere governati per qualche anno da un partito moderato. Ciò che è accaduto ieri in Spagna dimostra che nei buoni sistemi politici il partito vincente è sempre quello degli elettori che desiderano cambiare, in un senso o nell'altro, e dare al partito prescelto il tempo di realizzare i suoi programmi. Quando accadrà anche da noi, quando conosceremo i risultati alle 11 di sera e lo sconfitto, come il leader socialista ieri a Madrid, si dimetterà dopo il voto, saremo finalmente un Paese normale.


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