Angelo Panebianco

La strana armata del proporzionale

Da "il Corriere della Sera" - Lunedì, 13 Marzo 2000


Come era prevedibile, l'ondata neo-proporzionalista si è andata vieppiù ingrossando e ora sta per scaricarsi con forza sulla politica italiana. I neo-proporzionalisti hanno un obiettivo minimo (far fallire l'imminente referendum per l'abolizione della quota proporzionale) e un obiettivo massimo (ottenere la integrale reintroduzione del sistema proporzionale). Ma chi sono? Perché lo fanno? Hanno ragione quando affermano che il maggioritario ha miseramente fallito? Hanno ragione quando affermano che le cose andrebbero assai meglio se tornassimo al proporzionale?

Il partito neo-proporzionalista combina quattro diversi tipi di soggetti. Il primo tipo è composto dai nostalgici, soprattutto ex democristiani, i quali non possono dimenticare che, nel bel tempo antico, quando governavano loro, il proporzionale imperava. Poi ci sono i piccoli partiti, quelli che, non soddisfatti della quantità di poteri di veto di cui pure dispongono nei confronti dei partiti più grandi nell'era del maggioritario imperfetto, vorrebbero accrescerla ulteriormente (e il proporzionale è ritenuto, a questo scopo, il sistema elettorale migliore). Poi c'è la Lega, partito regionale, che soffre di sotto-rappresentazione a causa del maggioritario e vorrebbe porvi rimedio. Infine, c'è Forza Italia, il cui leader pensa di poter costruire un «grande centro» moderato e ritiene il proporzionale il sistema elettorale più idoneo.

Notiamo subito che c'è una certa contraddizione fra gli obiettivi dei diversi proporzionalisti: per esempio, proporsi di aumentare i poteri di veto dei piccoli partiti è uno scopo non necessariamente coerente con quello dei fautori del «grande centro».

Più rilevanti però sono le altre due domande: è vero, come sostengono i neo-proporzionalisti, che il maggioritario ha fallito? E' vero che, tornando al proporzionale (con clausola di sbarramento, aggiungono), avremmo pochi partiti, stabilità di governo eccetera? La mia risposta è no a tutte e due le domande. Il maggioritario, anche nella forma imperfetta da noi sperimentata in questi anni, non ha affatto fallito. Ha imposto la (per noi) rivoluzionaria regola della competizione bipolare fra schieramenti ciascuno dei quali, in campagna elettorale, è costretto a proporre un candidato alla premiership. Ma il maggioritario, si dice, non ha impedito i ribaltoni. Rispondo: perché attribuire alla legge elettorale una responsabilità che non è sua, ma piuttosto dell'allora inquilino del Quirinale? Se il predecessore di Ciampi non fosse stato uomo ostile, per cultura e convinzioni politiche, alla logica bipolare connessa al maggioritario, i ribaltoni non ci sarebbero mai stati: infatti, né Bossi all'epoca del governo Berlusconi, né Bertinotti all'epoca del governo Prodi avrebbero fatto cadere quei governi se non avessero avuto da Scalfaro l'assicurazione che le Camere non sarebbero state sciolte. Da questo punto di vista il maggioritario non ha affatto fallito. La verità è che i neo-proporzionalisti vogliono annullare il nostro sia pure imperfetto bipolarismo e farci tornare a un'epoca in cui gli accordi fra i partiti (anche sul nome del premier) si facevano dopo le elezioni, in Parlamento (e non prima delle elezioni, come accade in regime di maggioritario).

Ma il fallimento del maggioritario, si dice, è soprattutto dimostrato dall'abnorme proliferazione di sigle e gruppi parlamentari. E' davvero così? La frantumazione della rappresentanza è «colpa» del maggioritario? Io penso di no. Penso che questa frantumazione non sia affatto causata dal sistema elettorale che abbiamo. Penso che sia invece l'effetto della caduta del vecchio sistema dei partiti, il quale crollò - lo ricordo - in seguito agli eventi dei primi anni Novanta. La fine della Dc e del Psi, la trasformazione del Pci in Pds e poi Ds, con conseguente, consistente, perdita di radicamento sociale di quel partito, queste sono a mio parere le cause lontane della attuale frantumazione parlamentare. Semmai, il sistema maggioritario, obbligando i gruppi politici a coalizzarsi a fini elettorali, ha in parte mascherato e in parte attutito un fenomeno, la parcellizzazione della rappresentanza, dovuto all'esplosione (a sua volta causata dalla fine della guerra fredda e da Mani pulite) del vecchio sistema partitico.

Attenzione: se ho ragione io, e se hanno torto i proporzionalisti, se la causa della frantumazione partitica non è il maggioritario ma un processo che portò alla morte dei tradizionali soggetti partitici, quelli della cosiddetta Prima Repubblica, allora il ritorno al proporzionale può solo peggiorare le cose. Altro che «modello tedesco»: da noi, causa l'ormai cronica debolezza dei partiti, si trasformerebbe in un modello «marmellata» (cosa potrebbe impedire, ad esempio, ai piccoli partiti di coalizzarsi per superare lo sbarramento del 5 per cento, salvo poi dividersi subito dopo in Parlamento?). E' un'illusione, una tragica illusione, quella di chi crede che, se tornassimo al proporzionale, rinascerebbero i partiti della prima Repubblica o qualcosa che vi somigli. Quei partiti, o qualcosa che vi somigli, con il loro radicamento sociale, con la loro storica legittimazione, non torneranno mai più. Quale che sia il sistema elettorale. In compenso, abbandonare il maggioritario per il proporzionale in un'epoca di partiti deboli ci assicurerà, in eterno, l'ingovernabilità e il caos.

Giuliano Urbani, che è oggi uno dei più attivi fautori di un ritorno al proporzionale (alla tedesca), oltre che un politico, è anche un politologo. Egli ha buon gioco quando dice che ci sono tante democrazie liberali nel mondo che usano il sistema proporzionale. Ha ragione. Ma dimentica di aggiungere che le democrazie che adottano il proporzionale funzionano bene solo se dispongono di partiti forti, con forte radicamento sociale. Chi potrà mai ricostituire partiti simili in Italia?

E allora, che fare? Penso che si possa solo andare avanti: eliminare la quota proporzionale, mossa che avrebbe comunque un effetto di compattamento sulle coalizioni, il che ridurrebbe gli attuali poteri di veto e di ricatto dei piccoli gruppi. E poi bisognerà darsi da fare per spostare in modo deciso sulle istituzioni di governo quel baricentro che in altra epoca (l'epoca dei partiti forti) stava nel sistema dei partiti. Non c'è altra strada per dare stabilità alla nostra democrazia. Aggiungo, incidentalmente, che anche qualcos'altro può aiutare contro la frantumazione della rappresentanza. I neo-proporzionalisti, che dicono di preoccuparsene, dovrebbero essere d'accordo: va abolito (c'è anche qui un referendum sul tavolo) il finanziamento pubblico dei partiti. In modo che i soldi degli incolpevoli contribuenti non vengano mai più usati per mantenere artificialmente in vita gruppuscoli che senza quei soldi forse non esisterebbero.


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