Sergio Romano

Maggioranza frettolosa.

Da "il Corriere della Sera" - 11 Febraio 2000


Può una legge buona diventare, in alcune circostanze, cattiva? Non parliamo astrattamente di una legge qualsiasi. Parliamo delle norme che regolano il conflitto d'interessi. Il problema risale al momento in cui Silvio Berlusconi decise di entrare in politica e rinunciò alle cariche societa- rie nelle sue aziende, ma ne conservò la proprietà. Molti osservarono che un leader politico, soprattutto quando aspira a governare il Paese, non può essere proprietario di imprese. La sinistra, in particolare, mise l'accento sui mezzi d'informazione e sostenne che il controllo di tre canali televisivi conferiva a Berlusconi un vantaggio improprio. Era vero. Ma era altrettanto vero che alcuni partiti, sino a quel momento, avevano approfittato della Rai per spartirsi l'etere e garantire a se stessi una visibilità costante nelle case degli italiani.

Benché viziate dalla presenza di un politico imprenditore, le elezioni del 1994 furono paradossalmente le prime, nella storia del dopoguerra, in cui i due campi si affrontarono da posizioni di sostanziale parità.

Non è tutto. L'arrivo di Berlusconi in politica ha scoperchiato una pentola in cui si erano nascoste le molte, troppe, incompatibilità italiane: magistrati che escono dalla carriera per entrare in Parlamento ed escono dal Parlamento per rientrare in carriera, giudici della Corte costituzionale che ritornano in campo alla fine del mandato con incarichi politico-amministrativi, ministri a cui nessuno chiede, nel momento in cui prestano giuramento, di quali azioni e partecipazioni si componga il loro portafoglio mobiliare. Il caso Berlusconi è particolarmente clamoroso, ma chi intende affrontarlo non può ignorare quanti conflitti d'interesse e incompatibilità siano ammessi e tollerati nella vita politica del Paese.

Bene o male il problema è stato affrontato e discusso. Una legge, scritta con la collaborazione dell'opposizione, è stata approvata dalla Camera dei deputati, ma si è perduta da un anno e mezzo negli archivi del Senato. Se qualcuno chiede le ragioni di tanto ritardo, le risposte sono reticenti. Si è voluto fare un favore a Berlusconi? Si è voluto usare la legge come mezzo di pressione per indurlo a collaborare in altri campi? Si è deciso di soprassedere per non offendere altri interessi? Non lo sappiamo. Sappiamo tuttavia che oggi, all'inizio di una campagna elettorale destinata a protrarsi sino alle Politiche del 2001, la maggioranza decide che è ora di approvarla e di renderla più rigorosa.

In un'intervista a l'Unità un membro del governo (il sottosegretario alle Comunicazioni Vincenzo Vita, ds) dichiara, «a titolo personale», di preferire «una incompatibilità totale fra una carica pubblica e la proprietà di beni che hanno a che fa- re con atti concessori dello Stato, che in qualche modo possono influenzare l'opinione pubblica». In chiaro: se Berlusconi vuol sedere in Parlamento deve rinunciare alle sue televisioni. Su questo principio molti italiani sono probabilmente d'accordo. Saranno altrettanto d'accordo quando scopriranno che una legge dimenticata esce dai cassetti e colpisce il leader dell'opposizione all'inizio di una lunga stagione elettorale? E' lecito cambiare le regole del gioco alla vigilia della partita?

Le stesse considerazioni valgono in parte per la legge sugli spot televisivi nei trenta giorni che precedono le elezioni. Come ogni legge sulla propaganda elettorale, anche questa, soprattutto se approvata alla vigilia del voto, è discutibile. Molti, tuttavia, hanno preferito tacere per evitare di schierarsi implicitamente con un leader politico che in questa vicenda è parte in causa. Mi chiedo se la coalizione al governo si renda conto che un'altra legge, frettolosamente approvata in un clima di scontri polemici, rischia di gettare un'ombra di discredito sulla precedente e di suscitare qualche dubbio sulle intenzioni liberali della maggioranza.


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