Ernesto Galli della Loggia
Corporazioni in tribunale.
Da "il Corriere della Sera" - 2 Febraio 2000
Non c'è niente da fare: se non si tratta di un procedimento contro Berlusconi ovvero dell'ennesima esternazione di un magistrato frequentatore della scena televisiva sulla lotta alla corruzione o alla mafia, se non si tratta di una di queste due cose, in Italia delle faccende della giustizia non sembra interessare quasi nulla a nessuno. Basta vedere il tono stancamente rituale che giornali e uomini politici adoperano ogni anno per commentare il panorama catastrofico che con puntualità viene disegnato ad ogni apertura di anno giudiziario. Anche quest'anno - come ha già notato su queste colonne il 15 gennaio Giuseppe D'Avanzo - non ha fatto eccezione quanto a innocua ritualità e quanto a dati preoccupanti illustrati dai procuratori della Repubblica. A spaventare non è tanto la crescita dei reati che restano impuniti quanto l'aumento inarrestabile dell'arretrato giudiziario e la crescita della durata - anche questa inarrestabile - dei procedimenti. Il tempo medio per un processo va dai 338 giorni per un banale dibattimento in Pretura ai 995 giorni per una causa di materia previdenziale in Tribunale. Non stupisce che, con tempi simili, per arrivare a una sentenza definitiva si impieghino mediamente più di sei anni: un lasso di tempo tale da condurre regolarmente l'Italia sul banco degli accusati davanti alla Corte europea per i diritti dell'uomo e che per lo più ci porta di filato alla relativa condanna. Basti dire che sono oltre 52 i miliardi che il nostro Paese è stato obbligato a versare ai suoi cittadini per risarcirli della violazione dei loro diritti. Con simili tempi processuali, d'altra parte, insieme ai diritti individuali rischiano di essere continuamente violati anche i diritti alla sicurezza della collettività: a Milano, appena qualche giorno fa, è scattato l'allarme per l'avvenuta scarcerazione a causa della decorrenza dei termini di custodia di alcune decine di boss mafiosi, uno dei quali, tale Puntorieri, arrestato nel '96, attende ancora la sentenza di primo grado. Si è arrivati al punto che pur di abbreviare i tempi autorevoli magistrati, come il procuratore di Palermo Grasso, hanno proposto di abolire il grado dell'appello.
Ma non si limita alle aule di tribunali e alla durata dei processi il pessimo stato della giustizia nella penisola. Esso si estende, come è noto, anche ai locali delle carceri e alle condizioni dei detenuti. Un recentissimo rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha sottolineato il sovraffollamento spaventoso di molti stabilimenti di pena e di non infrequenti maltrattamenti, anche assai gravi, che subiscono specie i detenuti tossicodipendenti o extracomunitari ad opera delle forze dell'ordine. Naturalmente il governo italiano si è affrettato a respingere le conclusioni del rapporto, ma chiunque di noi non fa troppa fatica a immaginare quale sia la verità.
Il quadro è così completo: un quadro, sarà bene ricordarlo, che non ha paragoni nell'Europa dell'euro di cui ci gloriamo tanto di fare parte. Eppure, come dicevo, il fatto che nel nostro Paese il diritto ad avere giustizia stia lentamente svanendo, che un intero settore del contenzioso giudiziario quale le cause civili sia sul punto in pratica di uscire dall'orbita della giurisdizione dello Stato, che i processi durino una quantità mostruosa di tempo, che le prigioni siano luoghi orribili che ospitano solo i meno abbienti o le vittime del disagio sociale, il fatto, infine, che tutta la massa di leggi, leggine e riforme minime e massime attuate in questi anni non siano servite a un bel nulla, tutto ciò sembra lasciare sostanzialmente indifferenti vuoi la gran massa dell'opinione pubblica e gli uomini della politica (a cominciare dal ministro competente, figura ormai per tradizione votata alla più assoluta pavidità politico-intellettuale), vuoi gli addetti ai lavori, magistrati ed avvocati.
Che spiegazioni dare? La maggioranza dei cittadini italiani è probabilmente rassegnata, e altrettanto probabilmente, per ragioni storico-culturali ben note, non ha mai avuto un grande senso della legge e della giustizia. Quanto a magistrati ed avvocati, invece, la cosa è all'apparenza sorprendente, specie per i primi. Eppure è così: invano si cercherebbe negli ultimi anni un'iniziativa clamorosa, una pronuncia solenne dell'Associazione nazionale magistrati, ad esempio, per denunciare lo scandalo della giustizia in Italia. Ovvero per mettere in mora la classe politica su questa questione essenziale così come esponenti prestigiosi della magistratura ci hanno invece abituati a veder fare le non poche volte che sono riusciti ad imporre al Parlamento il ritiro di leggi già pronte o hanno dettato riga per riga provvedimenti da approntare.
Viene naturale la tentazione di pensare che forse non è estranea a questo silenzio sostanziale sulle magagne dell'amministrazione della giustizia la circostanza che si tratta di un settore che in pratica è autoamministrato ed autogestito in misura notevolissima da coloro che ci lavorano, cioè dagli stessi magistrati. I quali, oltre ad essere massicciamente presenti in tutti i gabinetti ministeriali e in tutti gli uffici studi, sono riusciti perfino nell'impresa di essere i padroni di fatto del dicastero della Giustizia (donde l'irrilevanza sostanziale del suo titolare politico), nonché di tutti gli organi e meccanismi di accertamento del corretto adempimento dei doveri di ufficio. A cominciare da quello decisivo di un minimo di produttività: non è un mistero per nessuno che una notevole parte di essi, a fronte di retribuzioni cospicue, lavora una quantità di ore ridicolmente piccola, e talvolta (solitamente nella perfetta impunità) neppure quelle.
L'altra branca della tenaglia corporativa che condanna la giustizia italiana ad una condizione di vero e proprio degrado civile è costituita dalla categoria degli avvocati, per tradizione ultra-rappresentati anch'essi in tutti i principali luoghi del potere nazionale. Anche qui dispiace dirlo, ed è facile altresì prevedere l'ovvia ondata di proteste, ma è un fatto difficilmente opinabile che i tempi lunghissimi dei procedimenti, i continui rinvii delle udienze, il parossismo formalistico degli impianti procedurali, insomma tutto ciò che rende la giustizia un calvario per i cittadini normali, la rende invece un'occasione di soddisfazioni professionali per gli avvocati. Non c'è in questo nulla di male, ma è da ingenui pensare che possa venire da essi un reale impulso a modificare alla radice uno stato di cose di cui certamente tutto si può dire tranne che li penalizzi.
In conclusione, è la grande potenza sociale e politica delle due strutture corporative che dominano l'amministrazione della giustizia italiana - i magistrati e gli avvocati - la causa prima e massima delle sue pessime condizioni di salute. E del fatto che le speranze di guarigione a questo punto possono considerarsi quasi nulle.
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