Angelo Panebianco
Il pentimento del Cavaliere.
Da "il Corriere della Sera" - 31 Gennaio 2000
Il progetto di riforma degli ordini professionali, con la connessa liberalizzazione del mercato delle professioni, dopo un tira e molla durato qualche anno, sembra essere stato abbandonato. Per le divisioni interne alla maggioranza, per l'opposizione del Polo che si è assunto il ruolo di paladino degli ordini, e perché, soprattutto, le elezioni incombono e nessuno ha voglia di giocarsi voti preziosi. Anche in questo, come in tanti altri comparti della società italiana, quando si viene al dunque, le resistenze alla liberalizzazione del mercato risultano fortissime, spesso imbattibili.
La vicenda consente di fare qualche osservazione sul rapporto fra interessi ed elezioni, nonché di interrogarsi sulla politica dell'opposizione, e del suo capo, Silvio Berlusconi. Sul primo punto, direi che è già (precocemente) operante quel perverso meccanismo per cui nessuna decisione di interesse e di utilità generali può più essere presa, dal momento che la vicinanza delle elezioni obbliga i governi a occuparsi solo di provvedimenti elettoralmente redditizi. È naturalmente una piaga propria di tutte le democrazie. In tutte le democrazie, qualcosa di buono per il Paese può essere combinato, in genere, dai governi subito dopo le elezioni (perché quelle successive sono lontane e i governi sono più liberi di agire) ma non a ridosso delle elezioni (perché allora l'unica cosa che conta è non scontentare le clientele elettorali).
La vicenda dell'abbandono della riforma degli ordini professionali, ossia di una materia elettoralmente incandescente, segnala, insieme ad altri indizi, che questa legislatura è virtualmente finita. Ed è finita perché la campagna elettorale è precocemente, ancorché soltanto ufficiosamente, cominciata. A causa della combinazione di elezioni regionali a primavera e di elezioni politiche l'anno prossimo. D'ora in avanti, stante il clima elettorale, nessuna decisione di utilità generale che minacci di scontentare qualche rilevante frazione di elettorato potenziale della maggioranza verrà presa. Con le sole eccezioni di quelle che saranno imposte a governo e Parlamento dall'esterno, dai referendum. Non è casuale che il tema dominante, in questa fase, sia la par condicio televisiva. Tutto ciò durerà fino al momento in cui, dopo le prossime politiche, nascerà un nuovo Parlamento e il ciclo potrà, così, ricominciare. Verrebbe quasi, per amor di paradosso, da dire: che si indìcano subito, senza perdere un istante, elezioni anticipate. Non subiremmo allora una campagna elettorale lunga un anno e mezzo e il governo che uscirebbe dalle elezioni avrebbe almeno un paio di anni per dimostrare di saper lavorare bene per il Paese.
La seconda considerazione riguarda l'opposizione e, in particolare, i mutamenti che sta sperimentando Forza Italia per volontà del suo leader, Silvio Berlusconi. La domanda è: che ne è stato di quel programma liberal-liberista, di scioglimento di «lacci e lacciuoli» (un programma rivoluzionario, dunque), che un tempo Berlusconi proponeva al Paese? Che ne è stato della polemica contro lo «statalismo» in generale, e contro «lo statalismo delle sinistre» in particolare, per citare espressioni che Berlusconi ha tante volte usato? In passato, Berlusconi aveva mantenuto il suo movimento politico in una certa qual felice (elettoralmente parlando) ambiguità, a cavallo fra moderatismo e liberalismo. Due cose, queste, che non sono affatto coincidenti. Poiché quella liberale è una posizione, da sempre minoritaria in Italia, che vorrebbe liberarci dall'eccesso di statualità, dal peso eccessivo dello Stato nell'economia, nella cultura, nella società, eccetera, insomma, nella vita quotidiana di ciascuno, mentre il moderatismo è l'orientamento conservatore storicamente sposato dalla gran parte dei ceti borghesi italiani. Era quella ambiguità che attirava verso Forza Italia i conservatori ma, al tempo stesso, lasciava la porta aperta alla possibilità di innovazioni liberali. Sembra che l'ambiguità, in Forza Italia, ora si dilegui e che resti solo il moderatismo. Prendiamo proprio il caso degli ordini professionali. Così come sono, rappresentano un esempio di limitazione della concorrenza garantita dallo Stato. Il ministro del Tesoro Amato, poi sconfitto dalla sua maggioranza, è stato uno dei pochi a tenere, sull'argomento, una coerente posizione liberalizzatrice. Capisco le esigenze elettorali, ma il fatto che Forza Italia abbia assunto una posizione di chiusura sulla questione della liberalizzazione del mercato delle professioni (e il progetto di legge del Polo non cambia la situazione) di sicuro rappresenta un netto abbandono, su un problema strategico, della, un tempo sbandierata, contrapposizione allo «statalismo». Se i moderati fanno queste scelte c'è da dar ragione a Bertinotti, il quale sostanzialmente dice: voi cosiddetti liberalizzatori volete che solo gli operai siano «flessibili» e «competitivi», i borghesi no.
Ma c'è dell'altro. È sconcertante che il massimo partito di opposizione sia praticamente il solo a non avere ancora preso posizione sui referendum «liberisti» dei radicali. Bisognerà pure che prima o poi i tatticismi e i misteri finiscano e che Forza Italia spieghi al Paese se su quei temi la pensa come Pannella oppure come Cofferati. Secondo anticipazioni di stampa, sembra che sui referendum Berlusconi si appresterebbe a dare ragione a Cofferati. Se sarà davvero così, risulterà interessante osservare le reazioni dei suoi elettori mentre ne ascolteranno le motivazioni. Non so, per fare un solo esempio, in questo caso, come farà Giulio Tremonti a conciliare pubblicamente il «no» del suo partito ai referendum liberisti e gli interessi del «popolo delle partite Iva».
Gianfranco Fini, leader di una formazione politica che ha mantenuto in passato un orientamento fondamentalmente statual-corporativo, con la scelta di appoggiare i referendum sul lavoro ha dato la sensazione di voler fare un serio sforzo di riposizionamento del suo partito e di cambiamento della sua immagine. Non è, per caso, che stiamo assistendo a un'inversione delle parti? Mentre An si sforza di abbandonare statalismo e corporativismo, Forza Italia sembra voler farli propri, forse perché ritiene che proprio quella sia la posizione adatta a un «partito moderato». Se aggiungiamo a tutto ciò anche la virata in direzione proporzionalista di Forza Italia (di cui sabato si lamentava Il Foglio di Giuliano Ferrara) la domanda da porre al suo leader, mi sembra, è la seguente: non le pare, onorevole Berlusconi che, agendo in questo modo, lei finisca per dare ragione ai suoi più accaniti avversari, quelli che da sempre sostengono che sui grandi problemi del Paese per lei, in fondo, un orientamento vale l'altro?
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