Ernesto Galli della Loggia
Un Cavaliere e lo Scudiero.
Da "il Corriere della Sera" - 23 Gennaio 2000
Al di là della proposta lanciata ieri di un fronte comune di tutti i moderati da Silvio Berlusconi, mi sembrano in realtà destinati a venire sempre più allo scoperto i contrasti latenti da tempo all'interno del Polo delle Libertà. Tali contrasti sono apparentemente determinati per un verso dalla svolta centrista e filoproporzionalista di Berlusconi, e per l'altro verso dalla scelta referendaria di Alleanza nazionale, ormai vicina al traguardo della probabile approvazione da parte della Corte costituzionale e sgraditissima ai disegni di Forza Italia. Al già nutrito contenzioso si aggiunge poi l'ipotesi di accordo elettorale con la Lega, per il quale Berlusconi preme ma che suscita evidenti e giustificate perplessità nel partito di Fini.
Ma se sono questi, all'interno del centrodestra, i motivi più immediati di contrasto, il vero problema che essi sottendono sembra un altro e di portata ben più generale: il problema cioè del sostanziale immobilismo politico che da anni affligge il Polo e la connessa difficoltà di allargarsi elettoralmente verso il centro per forza propria.
In tutto questo tempo il panorama italiano si è presentato da un punto di vista politico singolarmente scisso: ai continui terremoti, rimaneggiamenti e crisi di leadership del centrosinistra, ha corrisposto un sostanziale blocco delle posizioni nel centrodestra. Questo blocco si è espresso, e continua a esprimersi, in due forme soprattutto. La prima è rappresentata dall'assenza di un qualunque sviluppo significativo delle basi di partenza sulle quali alcuni anni fa nacquero sia Forza Italia che Alleanza nazionale. Sostanzialmente infatti sia l'una che l'altra sono rimaste ferme alla condizione in cui nel '93-94 videro la luce.
Forza Italia, per cominciare, non sembra essere riuscita a superare in alcuna misura apprezzabile il suo Berlusconicentrismo. Essa è ancora e sempre solo Silvio Berlusconi, ancora e sempre priva di un reale gruppo dirigente politico degno di questo nome, e cioè costituito da personalità dotate di un minimo di forza propria e quindi in grado di influire sulle scelte del partito.
Martino, Biondi, Pisanu, Pera, La Loggia, Tremonti, eccetera, contano solo nella misura in cui Berlusconi vuole che contino (e cioè, sembra di capire, soprattutto finché gli danno ragione). E d'altra parte Berlusconi è, ancora e sempre, né più né meno che come cinque anni fa, alle prese con quel conflitto d'interessi che sicuramente è l'ostacolo maggiore per la sua immagine sulla strada dell'accrescimento dei consensi.
Altrettanto evidente, mi sembra, la situazione di stallo di Alleanza nazionale. Essa non è riuscita a tutt'oggi a produrre un solo esponente politico di qualche rilievo che non sia un ex missino. Tanto meno ha provveduto a mettere ordine nella sua confusissima genealogia ideologica (dove don Sturzo viene bizzarramente allineato con Evola, Antonio Gramsci con Ernst Jünger e così via), addirittura ancora incline, per capirci, a fare spazio al corporativismo.
Proprio l'immobilismo ideologico-culturale di An, il suo non essere riuscita a diventare, dopo tanto tempo, qualcosa di diverso da un partito post-neofascista, spiega come essa per prima, in realtà, pensi di aver bisogno ancora dell'intesa- copertura di Forza Italia, dal momento che senza tale intesa-copertura le possibilità di essere risospinta nell'ambito della delegittimazione diventerebbero pericolosamente alte.
Alleanza nazionale sa bene che senza Forza Italia ogni suo rapporto con lo spazio politico di centro dell'elettorato sarebbe di fatto impossibile, ogni accesso al centro le sarebbe sbarrato.
Ma in un sistema maggioritario (e paradossalmente tanto più se il referendum che Fini ha voluto dovesse domani avere successo) la forza politica che non riesce a mettersi in comunicazione elettorale con il centro è una forza azzoppata, diciamo meglio inevitabilmente di complemento. Finora Alleanza nazionale non solo ha perfettamente introiettato questo ruolo subalterno (la momentanea scappatella ra ppresentata dall'intesa con Mario Segni sotto l'insegna dell'elefante è durata lo spazio di un mattino ed è stata prontamente messa da parte), ma ha dovuto farsene una ragione fino al punto di proclamare ai quattro venti come una verità rivelata l'imprescindibile ruolo di Berlusconi quale leader del Polo; fino al punto cioè di divenire paladina proprio di quello che è l'aspetto più discutibile dell'alleanza di centrodestra, e più discusso dai suoi stessi militanti.
Del resto che altro poteva e può fare se non atto di obbedienza il partito di Fini, dopo aver avuto una prova della propria ghettizzazione politica, alle recenti elezioni europee, nel passaggio di un terzo del proprio elettorato a Forza Italia, senza che mai sia stato, e sia, neppure pensabile un fenomeno inverso?
L'immobilismo delle due principali forze del Polo - diverso nella sostanza, identico negli esiti - ha un riscontro nell'evanescenza del profilo programmatico del centrodestra, confermato dal fatto che esso, come tale, ha evitato di prendere una posizione unitaria (forse perché su questo punto l'unità appare molto difficile) a proposito dell'importante questione dei referendum radicali.
Sicché alla fine il centrodestra si caratterizza politicamente per un solo aspetto: la sua opposizione al centrosinistra. Intendiamoci, quest'ultimo è nell'identica condizione, la sola cosa che lo tiene insieme essendo l'antiberlusconismo, ma ha un vantaggio non trascurabile sugli avversari: quello di governare, cioè di identificarsi comunque con qualcosa di concreto (che assai spesso, tra l'altro, non ha alcun carattere di centrosinistra).
Dunque, evanescente sotto il profilo programmatico e assai ostacolato nelle sue speranze di crescita elettorale dalla presenza di un leader discusso come Berlusconi, al Polo non resta che tentare di aggirare l'ostacolo in un solo modo: attraverso l'aggregazione puramente elettorale di forze eterogenee (anche qui percorrendo le stesse orme del centrosinistra). Ed è appunto ciò che esso sta cercando di fare in queste settimane, avviandosi all'avventurosa riedizione dell'alleanza con Bossi, ovvero lanciando avances verso spezzoni variamente etichettati del centro politico, e da ultimo verso i socialisti e verso il Trifoglio.
Visti i dati patologici comuni fin dal '94 a tutto il sistema politico italiano, non c'è da scandalizzarsene più di tanto. Può essere semmai un ulteriore motivo per chiedersi fino a quando, e fino a che punto, i partiti e gli schieramenti che operano in quel sistema riusciranno ancora a rimandare i conti con la forte dose di opportunismo e di equivoci che ha presieduto quasi sempre alle loro recenti nascite, rinascite o reincarnazioni.
| Ritorna alla Pagina Precedente |