Sergio Romano

La maggioranza con troppi partitini.

La commedia dei sette nani.

Da "il Corriere della Sera" - 16 Giugno 1999


Piacerebbe anche a noi, come a Massimo D'Alema, trattare il voto europeo alla stregua di un episodio isolato e distinto, chiudere la parentesi di Strasburgo e tornare, senza perdere tempo in inutili analisi, ai «lavori in corso» della politica italiana. Ci piacerebbe poter dire che l'unico voto importante per il governo resta quello delle ultime elezioni politiche.

Purtroppo non è possibile. Nella primavera del 1996 la maggioranza degli italiani scelse l'Ulivo, designò Romano Prodi alla presidenza del Consiglio e avallò di fatto l'alleanza elettorale tra l'allora Pds e Rifondazione comunista. Oggi la situazione è cambiata. L'Ulivo non esiste più. Prodi è stato costretto ad abbandonare la presidenza del Consiglio, ma ha fondato un partito che ha tolto, in gran parte ai suoi vecchi alleati, il 7,7% del voto nazionale. La maggioranza di Rifondazione comunista è passata all'opposizione. Il nuovo governo sta in piedi grazie a parlamentari eletti nei ranghi del centrodestra. Centocinquanta deputati e senatori hanno cambiato casacca. In queste circostanze le prime elezioni dopo i molteplici «ribaltoni» dello scorso autunno sono inevitabilmente divenute un'occasione per verificare i rapporti di forza tra i due poli e all'interno del centrosinistra. Spiace a tutti, ripeto, che l'Italia faccia un uso improprio delle elezioni di Strasburgo. Ma sarebbe ipocrita, a questo punto, sostenere che gli elettori hanno votato soltanto per l'Europa.

Massimo D'Alema lo sa, ammette implicitamente che le elezioni hanno un'importanza nazionale, ma sostiene che il centrosinistra ha superato la sfida lanciata da Berlusconi e ha vinto. E' vero. Mentre il Polo si attesta attorno al 38% la coalizione di governo raggiunge il 41. Ma comprende, accanto a Ds, Democratici e Ppi, sette partitini, i «sette nani», che rappresentano complessivamente l'11,4% dell'elettorato e valgono, mediamente, l'1,6% a testa. D'Alema ha vinto, ma il suo governo è sostenuto da un sodalizio eterogeneo tra formazioni minuscole. Il buon senso vorrebbe che i poteri del presidente del Consiglio ne uscissero rafforzati. Accadrà invece che ciascuno dei sette nani (diniani, verdi, repubblicani, socialisti, comunisti, Udeur e Cdu) si batterà strenuamente nei prossimi mesi per promuovere i propri interessi e si servirà dell'unico strumento di cui conosce perfettamente l'uso: il ricatto. Ciascuno di essi ha elettori da soddisfare, clienti da sfamare, postulanti da accontentare. Per vincere queste battaglie, nel sistema politico italiano, non è necessario essere particolarmente forti e godere di larghi consensi. Ciò che conta è il valore marginale, la rendita di posizione. Basta occupare un crocevia, come un qualsiasi taglieggiatore, e aspettare il convoglio del governo nel momento in cui una circostanza lo costringe a rallentare.

Con questi compagni di viaggio D'Alema dovrà governare nei prossimi mesi. E contemporaneamente, per di più, dovrà fare i conti con un partito - quello di Emma Bonino - che esiste a Strasburgo, ma non a Roma.

Questi sono i frutti di un sistema che sembra fatto apposta per polverizzare il quadro politico e rendere l'Italia ingovernabile. Ci permettiamo di ricordare che la malattia non è senza speranza e che vi sono almeno due medicine che altre democrazie hanno preso con buoni risultati. La prima consiste nel dare al presidente del Consiglio il diritto di sciogliere le Camere, vale a dire di annullare con un controricatto l'eventuale ricatto degli alleati. Sempre che D'Alema di questo strumento abbia la voglia e la forza di fare uso quando l'opposizione, come in questo caso, rischia di vincere. La seconda consiste nell'adottare una soglia (quella delle elezioni nazionali è troppo bassa), al di sotto della quale i piccoli partiti non hanno diritto di entrare in Parlamento. Non è la grande riforma costituzionale di cui abbiamo bisogno, ma renderebbe la democrazia italiana un   po' più simile a quelle dei Paesi con cui dobbiamo vivere e competere.

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