Sergio Romano
Il vero bersaglio.
Da "il Corriere della Sera" - 21 Maggio 1999
Nulla è pericoloso, dopo un attentato terroristico, quanto
un'analisi frettolosa e sbagliata. Le bombe di Londra e alcune vicende americane degli
scorsi anni dimostrano che esiste ormai nelle società avanzate un terrorismo mimetico. È
alimentato da piccoli gruppi che si copiano a vicenda e sfogano rancori personali o
marginali, politicamente irrilevanti. Le sigle e le bandiere - nazismo, comunismo,
messianesimo religioso - sono soltanto pretesti con cui queste cellule impazzite cercano
di dare visibilità e giustificazione ai loro crimini. Gli attentati, in questo caso,
appartengono alla patologia delle società moderne piuttosto che alla loro storia
politica. Ci auguriamo che l'omicidio di Massimo D'Antona rientri in questa categoria.
Ma il tono della rivendicazione, il numero delle persone coinvolte nell'attentato e la
personalità della vittima suggeriscono riflessioni diverse. D'Antona è stato in questi
mesi, a fianco del ministro Bassolino, l'esatto corrispondente degli uomini che durante
gli anni Settanta e Ottanta furono nel mirino delle organizzazioni terroristiche.
Cerchiamo di ricordare. Il terrorismo predicava la «lotta di classe», ma colpì in molte
circostanze le personalità della sinistra riformatrice e moderata che maggiormente si
adoperavano per trovare uno sbocco ragionevole alle tensioni sociali del Paese. Colpì
Guido Rossa, sindacalista dell'Italsider, perché non era disposto a permettere che la sua
fabbrica divenisse un «covo». Colpì Ezio Tarantelli e Gino Giugni perché stavano
elaborando modelli di cooperazione e concertazione. Colpì Roberto Ruffilli perché
cercava di riformare il sistema politico italiano. Colpì Walter Tobagi perché si
ostinava a fornire un quadro ragionato e imparziale degli avvenimenti di cui era
testimone. Come altre volte nel corso del secolo il massimalismo rivoluzionario dimostrò
di odiare i riformatori più del «nemico di classe». E poiché i leader erano
generalmente protetti si accanì contro i loro consiglieri.
Le circostanze sono diverse. Il Paese ha superato le tensioni sociali degli «anni di
piombo», è passato senza violenza attraverso le vicende costituzionali e giudiziarie di
questo decennio, ha vinto la scommessa dell'euro con la collaborazione delle «parti
sociali», ha pagato con molti sacrifici le spese del risanamento finanziario e ha
festeggiato avant'ieri l'elezione di un capo dello Stato che gode di un largo consenso
nazionale.
Ma ciò che a noi sembra una manifestazione di maturità e di progresso civile può
sembrare ad altri una minaccia e un pericolo. L'Italia attraversa, con qualche pesante ma
inevitabile costo sociale, una fase di trasformazione e modernizzazione a cui maggioranza
e minoranza collaborano da posizioni diverse. Ma vi è ancora nel Paese un'area
massimalista che continua a inventarsi nuovi nemici: la globalizzazione, l'imperialismo
capitalista, i poteri forti. È un'area che non rinuncia a esprimersi (lo abbiamo
constatato nel corso di alcune recenti manifestazioni) con brutalità e teppismo. Per
quieto vivere a questa frangia della società è stata concessa una licenza di illegalità
che nessuno Stato democratico ha il diritto di tollerare. Incontrollata e indisturbata,
può diventare, come è già accaduto in passato, il terreno di cultura e il retroterra di
organizzazioni terroristiche.
In Italia, fra il 1976 e il 1988, sono morti 229 civili, 73 agenti delle forze dell'ordine
e 9 magistrati. Sono cifre che nessuno - classe politica, servizi e polizia, per non
parlare dei giovani nati negli ultimi vent'anni - ha il diritto di dimenticare.
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