Angelo Panebianco
La prima elezione dell'era post democristiana.
Nell'urna svanisce il sogno centrista.
Da "il Corriere della Sera" - 14 Maggio 1999
Accade di rado che il Paese possa legittimamente rallegrarsi
del comportamento della sua classe politica. Questo è uno di quei rari momenti. Per le
caratteristiche dell'uomo che è stato eletto presidente della Repubblica. Quanto al modo
di elezione, la convergenza al primo turno del grosso della maggioranza e dell'opposizione
sul nome di Ciampi è un grande successo dei principali leader dei due schieramenti, da
Veltroni a D'Alema, da Berlusconi a Fini, a Casini, e crea anche le premesse per un clima
di collaborazione (ma aperta, non sottobanco) anche su altri impegnativi temi dell'agenda
politica italiana.
Quanto alla figura dell'eletto, con Ciampi - secondo governatore della Banca d'Italia che
sale al Quirinale, dopo Luigi Einaudi - l'Italia si dà un presidente che gode di unanime
stima nelle capitali europee.
Non per ingenerosità nei confronti del presidente uscente, ma solo per amore di
obiettività, possiamo dire che con l'elezione di Ciampi viene definitivamente chiusa
l'epoca della Dc, di cui la presidenza Scalfaro è stata in molti modi la coda finale.
Scalfaro venne eletto nel 1992, quando la Dc era ancora il partito di maggioranza, secondo
un rituale tante volte utilizzato nei decenni precedenti: dopo che il candidato ufficiale
alla presidenza (era allora Forlani) era stato bruciato dai franchi tiratori, si ricorse
all'outsider, al nome inizialmente inaspettato (anche lui democristiano).
Sulla base della regola secondo cui, al gioco delle correnti dc, conveniva l'elezione di
un democristiano non troppo potente dentro il partito.
L'elezione di Ciampi è la prima dell'epoca post democristiana. Essa ha, fra l'altro, il
vantaggio di mettere la parola fine su quei confusi progetti di ricostituzione del
«partito di centro» che tanti ex democristiani, ovunque fossero politicamente collocati,
e dunque non solo nel Partito Popolare, hanno coltivato in questi anni.
Dimenticando che se la Dc ebbe grandi meriti (e li ebbe senz'altro, insieme anche ad
alcuni demeriti) nella storia della Repubblica, nell'intervallo che separò la fine della
Seconda guerra mondiale dalla fine della Guerra fredda, l'idea di ricostituire oggi
qualcosa di simile era assurda, antistorica, comunque destinata a fallire, magari dopo
avere procurato danni al Paese. A dispetto di coloro che strillano, sbagliando bersaglio,
contro il «consociativismo» la modalità di elezione di Ciampi, con la convergenza sul
suo nome dei due poli, di maggioranza e di opposizione, ha attuato precisamente quello che
dovrebbe essere il modo «normale» di elezione del presidente della Repubblica in una
democrazia che resta (almeno per ora) parlamentare ma che, al tempo stesso, ha scelto, sia
pure fra mille contraddizioni, la strada del confronto «bipolare» fra schieramenti
contrapposti: si converge su un candidato che, per la sua statura, il suo prestigio, la
sua credibilità personale, promette di comportarsi da presidente «al di sopra delle
parti», in grado di garantire, allo stesso modo, entrambi gli schieramenti.
Ogni presidente neo-eletto è sempre, almeno per certi versi, un oggetto misterioso. Non
importa quanto crediamo di sapere di lui e della sua storia passata. La solitudine del
ruolo fa sì che spesso i suoi comportamenti come presidente riservino sorprese. In
una Repubblica che, dopo il crollo dei grandi partiti, ha affidato all'inquilino del
Quirinale un peso politico di primissimo piano, avremo presto modo di osservare le mosse
del nuovo presidente in situazioni delicate e difficili.
Resta sempre aperto il problema di come conciliare un'accresciuta politicizzazione del
ruolo del presidente con una modalità di elezione alla carica che (nelle intenzioni dei
costituenti) quella politicizzazione escludeva. Per chi ancora ci crede, di questo
dovrebbe soprattutto occuparsi la riforma della Costituzione.
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