Angelo Panebianco
Quirinale e 18 Aprile: intrecci pericolosi.
Giochi e silenzi sul referendum.
Da "il Corriere della Sera" - 20 Marzo 1999
Perché si discute tanto dell'imminente elezione del
Presidente della Repubblica mentre non si parla del referendum? Eppure, la consultazione
referendaria si terrà prima dell'elezione dell'inquilino del Quirinale. E sarà il suo
esito, più di ogni altro evento, a condizionare la scelta del Presidente. Logica vorrebbe
che il contenuto del referendum fosse già oggi oggetto di accaniti dibattiti fra le forze
politiche. E invece, silenzio. Perché?
Credendo fermamente, con Andreotti, che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca,
avanzo un sospetto: si parla tanto di Presidenza della Repubblica proprio perché si vuole
parlare il meno possibile del contenuto del referendum del 18 aprile. Ci sono certamente
ampi settori del Parlamento che sperano che la disinformazione sul referendum resti
elevata nel Paese, e che probabilmente premono perché le televisioni non dedichino, nelle
prossime settimane, grande spazio al tema. Sono quei settori che puntano su una campagna
referendaria dai toni dimessi e, per conseguenza, su un Paese distratto, per ottenere un
risultato (per loro) prezioso: un elevato astensionismo. Pensano, rassegnati, che il
«sì» (all'abolizione della quota proporzionale) vincerà il 18 aprile ma sperano che,
grazie alla disinformazione, si tratti di una vittoria di misura. In modo da poterne più
facilmente sabotare il risultato.
Il calcolo non è sbagliato: «In fondo - pensano costoro - siamo persino riusciti a
reintrodurre il finanziamento pubblico dei partiti su base proporzionale, in barba al
referendum contro il finanziamento del '93. Perché non dovremmo riuscire anche a
neutralizzare, almeno in parte, gli effetti del prossimo referendum contro la residua
quota proporzionale? Certo, ci riusciremo tanto più facilmente quanto meno brillante
risulterà, dal punto di vista dei fautori del "sì", il risultato
referendario».
Chi pensa che la probabile vittoria del «sì» seppellirà per sempre il «partito della
proporzionale» si sbaglia di grosso. Non è vero che dopo il referendum la competizione
sarà solo fra «monoturnisti» (fautori del maggioritario a turno unico) e
«doppioturnisti» (fautori del maggioritario a doppio turno di collegio).
Il partito della proporzionale non si farà mettere da parte tanto facilmente. Lo abbiamo
visto anche dopo il '93: il par- tito della proporzionale, battuto alle urne, riuscì a
imporre lo «scorporo», la doppia scheda, eccetera, le varie diavolerie proporzionaliste
che inquinarono pesantemente il meccanismo maggioritario. Il partito della proporzionale
non si piegherà di fronte al probabile «sì» neppure questa volta. Ha tuttavia bisogno
che si realizzino due condizioni. La prima è, appunto, un referendum dai toni dimessi,
con pochi italiani consapevoli della posta in gioco, e, dunque, con un elevato
astensionismo. La seconda è, subito dopo, l'elezione di un Presidente della Repubblica
«amico». Su questa base il partito della proporzionale potrà poi partecipare da una
posizione di forza alla discussione sulla nuova legge elettorale, cercando di reintrodurre
(con premi di coalizione, finti doppi turni, cosiddetti «diritti di tribuna» con doppia
scheda, ecc.) tutti i pasticci di tipo proporzionale possibili.
In modo completamente diverso andranno le cose se finalmente, e subito, comincerà una
seria discussione pubblica sul referendum. Il Paese verrà informato e coinvolto. E il
risultato referendario si riverbererà sulla stessa elezione del Presidente della
Repubblica. Per intenderci, una schiacciante vittoria dei «sì» al referendum, che venga
dopo un ampio dibattito, sbarrerebbe la strada per il Quirinale a qualsiasi amico del
partito della proporzionale.
Che i nemici del referendum non vogliano che se ne parli è normale. Non è normale che
stiano zitti gli altri. Tanto più che, in questi giorni, di referendum si è parlato solo
per segnalare i bisticci (l'attacco di Di Pietro a Segni) dentro il comitato referendario.
Referendum e Quirinale sono aspetti della medesima partita. Occuparsi seriamente del primo
significa, nella presente congiuntura, occuparsi anche del secondo.
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