Ernesto Galli della Loggia

A sinistra il peccatore vero non è Prodi.

L'Italia trasformista.

Da "il Corriere della Sera" - 17 Marzo 1999


Lo stato di marasma in cui versa la politica italiana, in particolar modo la crisi profonda dei partiti, della forma partito in quanto tale, produce sempre più spesso, nell'opinione pubblica conservatrice del Paese (tanto di destra che di sinistra), due reazioni. La prima consiste in una difesa della asserita legittimità dei partiti tradizionali e delle loro culture politiche e storiche (leggi quasi sempre quella dei Ds-socialdemocratici e dei cattolici «democratici») di contro alla supposta illegittimità che caratterizzerebbe viceversa ogni gruppo, ogni partito di nuova formazione. La seconda reazione, invece, prende la forma di un attacco al principio maggioritario, accusato di provocare la deideologizzazione della vita pubblica, l'astensionismo di massa, il sequestro del potere da parte di lobby e gruppi di interesse vari.

In entrambi i casi è evidente l'uso strumentalmente politico delle reazioni e delle analisi che le sorreggono, fatte al solo scopo di tirare l'acqua al proprio mulino. Nel primo caso soprattutto al mulino dei nemici di Prodi; nel secondo a quello degli avversari del referendum ormai alle porte, voluto da Mario Segni, per l'abolizione della quota proporzionale.

Non si vede motivo, infatti, per ritenere i partiti tradizionali italiani e le loro culture immuni da quelle colpe di improvvisazione, di accentramento notabilare, e di trasformismo, che dai loro interessati difensori vengono invece disinvoltamente considerate come un'esclusiva dei nuovi soggetti politici. In realtà, negli anni appena trascorsi sono stati proprio i grandi partiti storici del Paese i primi maestri e tra i massimi esempi di trasformismo. Basti soltanto ricordare come Pci e Dc affrontarono la loro crisi e quella della Prima Repubblica. Il primo cambiando improvvisamente nome da un giorno all'altro, con i dirigenti di allora e Ds di oggi che negano in blocco di essere mai stati comunisti, che sostengono di aver cessato i rapporti con il comunismo sovietico fin dal '68 o addirittura dal '56 (nonostante che ne abbiano ricevuto finanziamenti fino alla metà degli anni Ottanta e oltre), che si chiamano disinvoltamente fuori dal meccanismo politico delle tangenti che ieri imperversava, e che non solo era loro notissimo ma che con ogni evidenza non avrebbe potuto funzionare un solo giorno senza la loro interessata accondiscendenza.

Il secondo, il partito della vecchia Dc, poi trasformatosi in Popolare, che con non minore disinvoltura oggi dice di annoverare tra i suoi padri tanto Sturzo che Dossetti (notoriamente agli antipodi su quasi tutto quando erano in vita, e il primo gettato per più di un trentennio nel dimenticatoio), un partito i cui attuali esponenti, a suo tempo, furono tutti o quasi ministri ed alti dignitari della nomenklatura Dc-Psi degli Anni Ottanta, nonché eletti con i suoi metodi, ma oggi preferiscono dimenticarsene, quasi fingendo che per questo come per tanti altri aspetti il passato non esista.

Non è forse trasformismo questa manipolazione della memoria? Non è forse anzi proprio essa la madre di tutti i trasformismi successivi, minori e derivati? Altro che l'asinello di Prodi! Certo: il tenace quadrupede annovera di tutto, ma forse che i cespugli della «gioiosa macchina da guerra», e poi della Quercia, e poi i rami dell'Ulivo, erano fatti di materiali di altra natura? Non erano già essi, anch'essi, pieni di uomini provenienti dalla nomenklatura di cui sopra, dal Psdi, dal Pri? E perché nessuno a suo tempo si è sognato di accusare di trasformismo l'Ulivo o la Quercia e oggi invece bolla con parole di fuoco quella parte di centrosinistra che ha osato ribellarsi all'altra?

Ancora: dov'erano ai tempi delle elezioni del Mugello gli attuali denunciatori della «deriva plebiscitaria»? Hanno fatto sentire la propria voce contro il Pds che allora sfruttava quella deriva? E perché no?

Lo stesso ci si deve chiedere per ciò che riguarda l'accentramento intorno al notabile di turno. Non mi pare di ricordare che tre anni fa la nascita di Rinnovamento italiano intorno a Lamberto Dini sia stata oggetto delle scandalizzate analisi di cui oggi è vittima l'asino prodiano: forse - mi chiedo maliziosamente - perché Rinnovamento era necessario alla maggioranza che doveva portare al governo la sinistra? Né tantomeno mi pare che il Pds guidato da Massino D'Alema sia passato alla storia come un esempio di un partito governato molto democraticamente. Che dire, infine, del modo come Claudio Fava è stato nominato una settimana fa segretario dei Ds della Sicilia nonché capolista nell'isola? Un ordine dall'alto, un cenno del principe nella persona di Walter Veltroni, ed alla massa degli iscritti non è rimasto che assentire. Quasi come al popolo di Forza Italia quando parla Berlusconi.

La verità è che la patologia italiana, la disgregazione che senza requie torna instancabilmente a colpire l'universo politico con i suoi inevitabili esiti trasformistici e di vuoto ideale, nasce precisamente ed innanzitutto dalla crisi dei partiti un tempo più antichi e più grandi, e perciò pilastri del sistema (Dc e Pci). Crisi che ha natura storica e che in modi e misure diversi riguarda loro e le loro culture politiche, e che ai rispettivi successori (Ds e Popolari) è impossibile avviare a soluzione per via dell'occultamento del passato e del rinnovamento politico in buona parte posticcio che li caratterizza.

In questa direzione, dunque, vanno ricercate le responsabilità o meglio le spiegazioni dei nostri guai, non certo nel sistema elettorale maggioritario, come oggi fanno i nostalgici della proporzionale. La quale legge proporzionale costituisce, all'opposto, proprio il meccanismo che tende a tenere in vita per l'eternità tutte le sigle partitiche, a mantenere ingessati i vecchi schieramenti e insieme spinge a concepirne trasformisticamente di sempre nuovi e diversi.

Ma detto questo è obbligo di verità aggiungere che anche la legge elettorale, qualunque legge elettorale, non può far nascere ciò che in qualche modo già non ci sia. E oggi quello che in Italia non c'è proprio non sono i partiti, vale a dire la «forma» della politica, bensì la sua premessa sostanziale. Quel che ci manca infatti è lo spirito, e cioè intelligenza e passione con cui guardare alla nostra comunità per dare un nome ai suoi nuovi problemi e bisogni, così come non riusciamo a formarci l'idea dei mezzi e dei valori con i quali vorremmo vedere affrontati gli uni e gli altri, né riusciamo a trovare dentro di noi e tra di noi la forza per trasfondere ognuna delle cose ora dette in una sintesi e in una proposta nuove. Ma proprio chi si rende conto di tutto ciò ha forse le carte in regola più di altri per parlare di legge elettorale, e proporne una migliore - quella maggioritaria -. Anche se non se ne attende certo quei miracoli che essa non può fare.


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