Sergio Romano
Due lezioni da Bonn (una per l'Italia).
Piccola Germania provincia europea.
Da "il Corriere della Sera" - 13 Marzo 1999
Ciò che è accaduto in Germania accadde in Francia nel
1983. Come hanno ricordato Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore e il Wall Street Journal, in
un commento editoriale, Fran´ois Mitterrand, eletto all'Eliseo due anni prima, ruppe
l'alleanza con i comunisti, cambiò governo e rinunciò alla politica di «fronte
popolare» che il suo primo ministro, Pierre Mauroy, aveva fatto nei due anni precedenti.
Il franco aveva subito tre svalutazioni, la siderurgia era in crisi, il debito estero
ammontava a 450 miliardi di franchi e i capitali, a dispetto di qualsiasi controllo,
fuggivano oltrefrontiera. Mitterrand gettò la maschera massimalista con cui aveva vinto
le elezioni e dette a Laurent Fabius, nel 1984, l'incarico di voltare pagina e di risanare
l'economia. Rimase al governo fra l'83 e l'84, come ministro delle Finanze e del Bilancio,
Jacques Delors, vale a dire l'uomo che dal primo gennaio 1986 avrebbe presieduto la
Commissione e pilotato la Comunità verso le due maggiori conquiste degli ultimi quindici
anni: il mercato unico e la moneta unica.
Ma vi è fra l'episodio francese e quello tedesco una importante differenza. Mitterrand
attese due anni, prima della svolta, perché la crisi con cui dovette fare i conti era
ancora, nonostante la evidente interdipendenza delle economie europee, nazionale. In
teoria, se lo avesse desiderato, avrebbe potuto tenere in vita l'alleanza con i comunisti
e ricorrere a più massicce dosi di statalismo economico. Schröder non ha potuto
attendere più di sei mesi perché quegli strumenti, nel frattempo, gli sono stati tolti
di mano. Il suo ministro delle Finanze poteva tassare le imprese, polemizzare con la Banca
centrale europea e incoraggiare i sindacati a pretendere salari più alti. Ma non poteva
impedire agli imprenditori di trasferire altrove, dentro o fuori l'Unione, aziende e
capitali. Siamo, quindi, di fronte a una crisi di tipo nuovo. Un governo europeo non può
più limitarsi a tener conto del suo elettorato e decidere sovranamente (salvo pagare più
tardi il prezzo dei suoi errori) la politica del Paese. Vi è una costituzione economica
che ha drasticamente ridotto i suoi margini d'indipendenza. Vi sono istituzioni - la
Commissione, la Banca centrale europea - che non obbediscono ai suoi ordini. Quella
tedesca degli scorsi giorni è la prima crisi europea di un governo «locale». Siamo
tutti ormai, economicamente e finanziariamente, i Michigan, i Massachusetts, i Connecticut
di uno «Stato» più grande. Chi era ostile all'Unione monetaria perché pensava che
sarebbe finita sotto lo «stivale tedesco», troverà in questa vicenda, mi auguro, un
motivo per tranquillizzarsi.
Per l'Italia il caso Lafontaine contiene due lezioni. In primo luogo ci accorgiamo di
avere fatto, nello scorso ottobre, una crisi sbagliata. Fra le ragioni che spinsero
Bertinotti a pretendere una «svolta a sinistra» vi furono certamente la vittoria dei
socialdemocratici in Germania e l'apparizione di un «keynesiano» al ministero delle
Finanze. Se una parte della società politica italiana non avesse avuto fretta di imitare
un modello destinato a naufragare nel giro di sei mesi, Prodi sarebbe ancora a Palazzo
Chigi e il centrosinistra non andrebbe alle elezioni europee in ordine sparso.
La seconda lezione concerne il presidente del Consiglio. Gli converrà ricordare, dopo
quanto è accaduto a Bonn, che anche il suo governo è «locale». Ciampi è infinitamente
più rassicurante di Lafontaine, ma i dati forniti da Fazio - 30 mila miliardi di
investimenti italiani all'estero contro 5 mila di investimenti stranieri in Italia -
dimostrano che anche da noi come in Germania, grazie alla costituzione economica
dell'Europa, il risparmio e le imprese hanno il diritto di votare «con i piedi» contro
una politica economica che non tiene conto delle loro esigenze.
| Ritorna alla Pagina Precedente |