Angelo Panebianco
Le due linee dei vescovi.
Da "il Corriere della Sera" - 11 Marzo 1999
Ma qual è, infine, la vera posizione della Chiesa cattolica
sull'immigrazione clandestina in Italia? E' quella del vescovo di Como, Maggiolini, che
difende i cattolici che firmano ai tavoli del referendum leghista anti-immigrazione, e
approva la chiusura del centro di accoglienza della Caritas, oppure è quella di monsignor
Garsia, presidente della Commissione Cei sull'immigrazione, favorevole ad accogliere tutti
i clandestini? E' quella dei gesuiti che chiedono una politica di rigore, oppure è quella
dei sacerdoti che lavorano all'accoglienza?
La confusione è grande, e grande, presumibilmente, deve essere anche l'imbarazzo di quei
cattolici che guardano alla gerarchia per orientarsi su questo grave problema. Ma il punto
è che ciò non riguarda soltanto i cattolici e la Chiesa: dal momento che l'influenza
della Chiesa in Italia è comunque tale che le sue posizioni si riflettono negli
atteggiamenti e nelle scelte di certi partiti di governo (i popolari soprattutto),
condizionando per questa via la politica dello Stato italiano. Urge un chiarimento. E il
chiarimento riguarda un punto su cui la Chiesa non ha mai fatto, in tutti questi anni,
realmente chiarezza: il dovere di solidarietà e di ospitalità per gli immigrati cui essa
tradizionalmente invita, deve riguardare anche i clandestini? E' lecito non fare
distinzione fra immigrazione regolare e immigrazione clandestina? E, ammesso che la Chiesa
possa permettersi di non distinguere, può permetterselo anche lo Stato italiano? Può lo
Stato dichiarare unilateralmente l'abolizione delle sue frontiere (questo significa
accettare di accogliere tutti i clandestini che arrivano)?
Fino a oggi, dalla Chiesa sono arrivati agli italiani messaggi molto ambigui su questi
argomenti. E credo che ciò abbia contribuito a rendere schizofrenica e, di fatto,
impotente la politica dello Stato verso l'immigrazione clandestina. E' normale che questi
problemi non se li pongano i preti impegnati nell'accoglimento di tanti disperati. Ma non
è normale, invece, che chi ha l'onere di guidare le istituzioni, anche quelle della
Chiesa, eviti di prendere posizioni chiare e responsabili. Eppure, almeno in teoria, il
problema che l'Italia ha di fronte è semplice. Si tratta di decidere se dobbiamo tenere
le porte socchiuse oppure spalancate, se dobbiamo selezionare gli ingressi in modo da
rendere non traumatico (per noi e per quelli che arrivano) l'afflusso, oppure se dobbiamo
accettare, come fin qui sostanzialmente abbiamo fatto, che entri chiunque, salvo poi
regolarizzarlo ex post mediante sanatoria.
Questa delle sanatorie è, fra tutte, la più pericolosa, la più scriteriata, delle
scelte. Perché con la sanatoria si dichiara al mondo, urbi et orbi: venite, venite pure,
dai Balcani o dal Maghreb, dall'Africa subsahariana o dall'Asia, ovunque voi siate, venite
in qualunque modo e con qualunque mezzo, perché poi noi, dopo, vi regolarizzeremo. In
questo momento in Europa non c'è nessun altro Paese, a parte l'Italia, che abbia mandato
in giro per il mondo un così inquietante messaggio. Ed è evidente che se non si invia
subito un altro messaggio, che annulli il primo, le conseguenze saranno in capo a
pochi anni terribili.
E' questo che vuole la Chiesa? E se non è questo perché non dice finalmente, contro
l'immigrazione clandestina, una parola chiara? Se lo facesse non dubito che anche la
politica romana cambierebbe assai presto posizione. E' vano pretendere che la Chiesa,
potere spirituale sovranazionale, possa attribuire un qualche valore alle frontiere
nazionali, è vano chiederle di ragionare a partire dalle esigenze proprie di uno Stato
nazionale. Anche quando quello Stato, come è il caso dell'Italia, sia sottoposto a
vincoli e divieti, liberamente contratti (anche in materia di immigrazione), nell'ambito
dell'Unione Europea. Ma c'è almeno una domanda la cui importanza la Chiesa non dovrebbe
avere difficoltà ad apprezzare: conviene davvero, in nome della solidarietà dell'oggi,
preparare al Paese un cupo futuro di xenofobia e, forse, di violenza?
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