Ernesto Galli della Loggia

Il vuoto della politica che ricorda il passato.

Italia in attesa come 90 anni fa.

Da "il Corriere della Sera" - 7 Marzo 1999


Prosegue, all'apparenza inarrestabile, la crisi del quadro politico italiano. Prodi impegnato in una polemica sempre più aspra con la maggioranza di cui pure in teoria fa parte; il presidente della Repubblica che, sul tema dell'occupazione, non risparmia critiche ai socialisti europei (Ds inclusi, evidentemente); la Confindustria che anch'essa attacca repentinamente il governo dopo averlo fino a ieri sostenuto con decisione; Occhetto che scende in campo costituendo un movimento in palese anche se taciuta funzione anti-dalemiana; i clan dalemiani che a loro volta, specie nel Mezzogiorno - ad esempio quello facente capo a Claudio Velardi nel Napoletano - iniziano a far fuori sistematicamente i clan rivali (nel caso particolare i «bassoliniani»); nel Polo d'altro canto Fini e Segni che avviano un'intesa a distanza contro Berlusconi; eppoi, per finire, Cossiga che abbandona definitivamente l'Udr mentre nel Centro, ma non solo, continua il capillare, ormai endemico, passaggio di deputati e senatori da un partito a un altro: sono queste le ultime notizie che la settimana appena trascorsa ci consegna circa le condizioni confusissime in cui versa la scena pubblica nazionale.

Come ho scritto in un recente articolo («Il Medioevo della politica», Corriere 25 febbraio) si tratta di una crisi del quadro politico ma non solo, né soprattutto. Molti indizi, infatti, fanno pensare che ciò a cui stiamo assistendo sia in realtà un fenomeno di vera e propria crisi-disfacimento della dimensione della politica in quanto tale: il crearsi nel luogo della politica e nell'ambito della decisione che le è propria di un vuoto che minaccia di inghiottire tutto e tutti. In queste condizioni la politica rischia oggi in Italia di perdere ogni vero significato pubblico, di smarrire per sempre l'immagine di fattore indispensabile per l'esistenza di una moderna società democratica. Ma, a ben pensarci, questa condizione non rappresenta per nulla una assoluta novità. Il nostro Paese, infatti, non ha mai avuto un rapporto largo e fecondo con la politica. Gli italiani hanno avuto verso di essa un atteggiamento per lo più contraddittorio: alla politica ci si è rivolti sempre, e massicciamente, come a una risorsa importante per ottenere benefici personali e di gruppo, ma essa non è mai riuscita agli occhi dei più a togliersi di dosso l'immagine di qualcosa di inutile e di superfluo, qualche cosa per la quale non valeva la pena di impegnarsi più di tanto.

Neppure l'Unità e l'avvento degli ordinamenti rappresentativi dopo il 1861 segnarono una svolta. Nel neonato Regno d'Italia, trovare chi si candidasse alla Camera era spesso un'impresa per la quale bisognava mobilitare i prefetti, e sebbene il Paese avesse, a partire dal 1882, una tra le leggi elettorali più aperte e liberali d'Europa (contrariamente a ciò che ancora da molti si crede) l'affluenza alle urne fu sempre assai bassa. Così come fu sempre assai basso, anzi bassissimo, il numero degli iscritti tanto al primo «grande» partito italiano, il Psi, che alla Confederazione generale del lavoro. Quando nel 1913 si svolsero le prime elezioni a suffragio universale maschile l'astensionismo sfiorò il 40 per cento; lo stesso dicasi nelle elezioni del '19, che pure giunsero dopo una guerra e un agitatissimo dopoguerra, i quali in un modo o nell'altro videro la mobilitazione politico-ideologica di grandi masse, e ugualmente nelle elezioni del 1924, ultima possibilità di impedire a Benito Mussolini di governare l'Italia: ebbene anche allora si recò a votare esattamente il 63,1 per cento degli elettori.

È giocoforza riconoscere che è stato il fascismo il vero momento di frattura in quest'ordine di cose.

Fu il fascismo, sia pure nelle forme e con i modi di una dittatura, cioè ricorrendo ad una sostanziale imposizione, a costringere ad una capillare politicizzazione la società italiana, fu il fascismo a costringere gli italiani a iscriversi in massa a un partito e a un sindacato (i suoi), a recarsi «plebiscitariamente» alle urne.

I partiti fondatori della Repubblica e protagonisti della sua storia, i partiti del Cln, hanno in un certo senso vissuto di rendita su questa rottura operata dal regime nemico, e di rendita sulla sua politicizzazione di massa ha vissuto la democrazia italiana. Legata in realtà direttamente o  indirettamente al fascismo ci appare infatti oggi tutta quanta la struttura ideologica che concretamente ha innervato l'esistenza della Repubblica. È stato indubbiamente l'antifascismo (variamente vissuto e, se si vuole, manipolato) la vera e massima fonte emotiva d'impegno politico degli italiani, l'autentica riserva energetica della scena pubblica nazionale.

Nella stragrande maggioranza dei casi, e si può dire fino a ieri, la stessa adesione al «comunismo», o al «socialismo», è stata una diretta o indiretta derivazione della opzione antifascista. Così come, a ben vedere, pure l'impegno politico e la militanza nella Democrazia cristiana, nel cattolicesimo politico, si sono essenzialmente presentati nella stragrande maggioranza dei casi, e sono stati vissuti, come posizione contrappositiva rispetto al fascismo da una parte e all'antifascismo comunista dall'altro.

Il fascismo, l'antifascismo e il comunismo come sua forma specifica: con questi materiali sono state costruite in Italia la politicizzazione di massa, la passione e la categoria della politica. Altro non c'è nel nostro passato, o quel poco che c'è è pochissimo e dunque inservibile. In particolare non c'è la democrazia, a smentita di coloro che per molti anni sono andati ripetendo (tentando di farne anche un assunto storiografico) che nella penisola l'antifascismo era destinato ad essere la fonte dell'educazione democratica del Paese, la sua versione originalissima. Non sembra che le cose siano andate proprio così, e mai come oggi è dato toccarlo con mano. Spariti il fascismo, l'antifascismo e il comunismo, cancellato il loro comune universo ideologico, infatti di grandi impegni o passioni democratiche non si vedono davvero molte tracce, e tutto è rapidamente   precipitato, o sta precipitando nello sfilacciamento, nel trasformismo, nel vuoto.

E' come se la fine della Prima Repubblica, cancellando novant'anni di storia, ci avesse restituito ad un'Italia che per molti versi ricorda quella del prefascismo: un Paese di scarsissima passione o interesse o impegno nei confronti della politica, in cui tutte le distinzioni ideologiche paiono destinate a lasciare il tempo che trovano, dominato da una grande palude parlamentare pseudoliberale a permanente vocazione governativa, la quale somiglia sempre di più a una sommatoria di notabilati ondivaghi riuniti intorno a questo o a quel capo-notabile, attorno a questa o a quella sigla, a seconda di dove tira il vento.

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