Sergio Romano

Malessere al Nord e il pericolo razzismo.

I Vescovi, Bossi e il federalismo.

Da "il Corriere della Sera" - 27 Febbraio 1999


Mentre Roma si azzuffa sul referendum e sulla iniziativa elettorale di Romano Prodi, accadono cose al Nord che la classe politica farebbe bene a tener d'occhio. Nella sua ultima impersonificazione Umberto Bossi raccoglie firme per un referendum contro gli immigrati, attribuisce l'immigrazione a un disegno antieuropeo degli Stati Uniti, afferma che gli americani «vogliono distruggere l'idea stessa di Europa». Nella loro ultima presa di posizione i giornali diocesani del Veneto (vale a dire i vescovi che ne sono direttamente o indirettamente gli editori) rilanciano il federalismo e chiedono alle Camere di approvare l'articolo 57 del progetto predisposto dalla Commissione bicamerale: quello che permette di attribuire alle Regioni «forme e condizioni particolari di autonomia».

Queste due posizioni sono molto meno sorprendenti e inattese di quanto non sembrino. Bossi attraversa una fase incerta e difficile. Il Veneto, dopo lo scisma della Liga, sembra sfuggirgli di mano. A Roma si discutono leggi e si imbastiscono trame in cui la Lega potrebbe essere, a seconda del modo in cui si giocherà la partita, determinante o irrilevante. Ma l'evoluzione europea e antirazzista di Alleanza nazionale libera nuovi spazi politici. Come osserva implicitamente Guido Bolaffi (la Repubblica del 24 febbraio), basta guardarsi attorno per scoprire che non vi è Paese europeo in cui non esista oggi una larga frangia di malumore. Qui, fra i gruppi sociali che maggiormente temono le conseguenze della modernizzazione, la paura rinverdisce tutti i vecchi fantasmi delle ideologie nazional- populiste: l'imperialismo americano, la finanza ebraica, il capitalismo rapace, i tecnocrati antinazionali di Bruxelles e soprattutto l'immigrazione «selvaggia». A giudicare dalle ultime elezioni in Francia e in Germania questa frangia vale, in voti, fra il 10 e il 20% dell'Europa. Se Di Pietro sceglie di fare politica con Prodi e Fini volta le spalle alla sua fetta di malumore europeo, Bossi, con un'«opa» leghista, cerca di aggiudicarsene la proprietà.

Le motivazioni del clero veneto sono ancora più semplici. I vescovi del Nord-Est, in ultima analisi, non sono né unitari né federalisti, né risorgimentali né antinazionali. Sono i servitori e gli interpreti del loro gregge. Si guardano attorno, anch'essi, e scoprono che nessuno a Roma ha la benché minima intenzione di cedere al Veneto una quota parte del proprio potere politico, economico o amministrativo. Non parlano per conquistare voti e consensi. Parlano perché il clero (quello veneto in particolare) non può ignorare gli umori della propria gente e non può permettere che la protesta divenga strumento nelle mani di forze politiche che sono indifferenti ai principi della Chiesa o, peggio, danno prova di un'inquietante xenofobia.

Mi rendo conto che i due problemi - il controllo dell'immigrazione e la creazione di uno Stato federale - sono molto più complicati di quanto non risultino dai discorsi di Bossi e dalla stampa diocesana. E so che una parte del malumore settentrionale resisterà a qualsiasi terapia. Ma le ragioni che hanno maggiormente contribuito a inasprirlo sono l'impotenza, l'ambiguità e l'ipocrisia con cui il «centro» ha trattato questi problemi. Finché il governo non riuscirà a regolare i flussi immigratori, conciliando solidarietà e rigore, e finché continuerà a pensare che la domanda di federalismo possa essere soddisfatta dal decentramento delle leggi Bassanini, una parte del Nord sarà rappresentata dai suoi vescovi o, peggio ancora, dalla voce di Bossi.

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