Sergio Romano

D'Alema, l'Ulivo e il tormento di Veltroni.

Giano bifronte sta a sinistra.

Da "il Corriere della Sera" - 23 Febbraio 1999


Massimo D'Alema è presidente del Consiglio dall'ottobre scorso, ma il suo governo comincia ad ansimare. Il caso Ocalan, il battibecco con i sindacati sui diritti sindacali nelle piccole imprese, le interviste di Cofferati, l'iniziativa di Romano Prodi per le elezioni europee e lo sbriciolamento dell'Udr ne stanno appannando l'immagine. Non gli ha giovato, tra l'altro, tentare una manovra contro il referendum (il progetto di legge elettorale preparato da Giuliano Amato) e passare qualche giorno dopo nel campo dei referendari. Se non riuscirà, con un colpo di reni, a riprendere il controllo della situazione, rischiamo di perdere in pochi mesi uno dei più promettenti «cavalli di razza» della scuderia politica italiana.

Non è la prima volta. L'aspetto più sconcertante dell'ultimo decennio è la rapidità con cui abbiamo consumato e gettato i nostri presidenti del Consiglio. Non è vero che l'Italia abbia una classe politica qualitativamente inferiore a quella dei suoi partner. Amato, Ciampi, Dini e Prodi sono, fra i leader europei, quelli che meglio riescono a coniugare, nel loro lavoro, finezza politica e competenza tecnica. Berlusconi ha evidenti doti di organizzatore e comunicatore. Ma le condizioni italiane (un pessimo sistema politico, una interminabile transizione costituzionale, un potere diffuso e spezzettato) hanno reso il loro lavoro fragile ed effimero.

In un momento in cui l'Italia ha bisogno di grandi riforme modernizzatrici nessuno, nemmeno Prodi, cui va peraltro il merito del traguardo europeo, è riuscito a restare in sella il tempo necessario per lanciare un progetto, correggerne gli errori in corso d'opera, pilotarlo fino al traguardo. Chi vuole un esempio legga un articolo di Sabino Cassese, ministro della Funzione pubblica nel governo Ciampi dall'aprile '93 al maggio '94 («La controriforma della burocrazia» nel Sole 24 Ore di domenica scorsa). Scoprirà che molte delle importanti novità promesse da Prodi e Bassanini stanno affondando nella palude dove sono sepolti gli scheletri dei progetti falliti.

La colpa quindi non è degli uomini, ma del sistema. I nostri presidenti del Consiglio guidano coalizioni eterogenee o sono continuamente in attesa di un evento «risolutivo» - le elezioni, un referendum, un congresso - per sapere con chi dovranno venire a patti il giorno dopo. Mentre l'Europa è governata da leader che dispongono perlomeno di una intera legislatura, noi bruciamo uno dopo l'altro i nostri uomini migliori.

Temo che la stessa considerazione valga per i capi dei partiti. Se il futuro di D'Alema è buio, quello di  Veltroni non è meno incerto. Il segretario dei Ds è diventato in questi giorni una sorta di Giano bifronte. Con un volto tiene d'occhio il partito di cui deve promuovere gli interessi, con l'altro cerca nonostante tutto di non perdere di vista Prodi con cui ha condiviso, negli anni di Palazzo Chigi, il progetto dell'Ulivo.

Ma le due strategie - Brandt o Kennedy, una grande socialdemocrazia europea o un grande partito democratico di centro-sinistra - sono incompatibili. E dal tentativo di conciliare obiettivi contraddittori discendono reticenze, silenzi, ambiguità che rendono la linea del partito incomprensibile e le crisi di identità, come quella di Bologna, inevitabili. Anche nel caso di Veltroni la colpa, più che dell'uomo, è
probabilmente di una transizione infinita che si ripercuote sulle istituzioni e sui partiti. Ma gli uomini debbono fare la loro parte e spiegare al Paese con chiarezza i loro scopi. Dopo averci detto che i partiti sono indispensabili alla democrazia, il leader dei Ds dovrebbe dirci di quale partito vuole essere segretario.

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