Sergio Romano
Ingorghi e messaggi cifrati.
Da "il Corriere della Sera" - 19 Febbraio 1999
Fra aprile e giugno gli italiani, o i loro rappresentanti,
diranno sì o no all'abrogazione di una parte della legge elettorale, sceglieranno un
nuovo presidente della Repubblica, manderanno a Strasburgo 87 deputati europei,
eleggeranno molti sindaci e rinnoveranno altrettanti consigli comunali. Andremo alle
urne, direttamente o indirettamente, quattro volte. Ma questo non impedirà agli italiani
di distinguere una elezione dall'altra e di votare secondo le loro convinzioni.
La parola «ingorgo», con cui questo affollato calendario elettorale è stato definito
negli scorsi giorni, non riflette le loro preoccupazioni. Riflette i timori di alcuni
uomini politici che temono di perdere il controllo della situazione e che vorrebbero
disporre le diverse elezioni nell'ordine cronologico più conforme ai loro interessi. Chi
propone di anticipare il voto per il Quirinale, ad esempio, pensa probabilmente che gli
accordi per il «suo» candidato diventerebbero, dopo il referendum, più difficili. Chi
vuole rinviare il referendum spera probabilmente che la proposta del governo (la «legge
Amato») riesca, con qualche settimana in più, a svuotarlo di una parte del suo
significato. Non stiamo parlando di «ingorgo», in altre parole. Stiamo parlando di un
calendario politico che ciascuno vorrebbe organizzare secondo le proprie convenienze.
Niente di male, per carità. Ma gli italiani che cercano di comprendere quali siano queste
convenienze si scontrano con il muro di gomma delle ipocrisie e delle reticenze. Il punto
più oscuro, naturalmente, è rappresentato dalla elezione del nuovo presidente della
Repubblica. Tutti sappiamo quale importanza il capo dello Stato abbia avuto negli ultimi
sette anni. Tutti sappiamo che la sua decisione di non sciogliere le Camere, dopo la crisi
dei governi Berlusconi e Prodi, ha avuto una influenza decisiva sul corso della politica
nazionale. E tutti sappiamo infine che il suo ruolo sarà nei prossimi mesi il nodo
centrale di qualsiasi progetto di riforma costituzionale. La logica e la democrazia
vorrebbero che i cittadini fossero autorizzati a capire quali sono, in questa prospettiva,
le intenzioni dei partiti e dei loro leader. Vorremmo che i candidati si facessero avanti
e dichiarassero le loro ambizioni, dicessero con quali criteri eserciterebbero le funzioni
presidenziali. Invece stiamo assistendo a una sconcertante combinazione di finte, messaggi
cifrati, incontri confidenziali, falsi candidati. Così si faceva all'epoca della «Prima
Repubblica». Ma i partiti, allora, erano radicati nel Paese, rappresentavano la pubblica
opinione e godevano di una delega che pochi osavano contestare. Oggi questi incontri a
porte chiuse avvengono tra leader e partiti dimezzati o effimeri di cui nessuno conosce il
vero peso elettorale. Dalla democrazia delegata siamo passati a una oligarchia arrogante.
Chi sostiene l'importanza dei partiti dovrebbe rendersi conto che questa sconcertante
opacità li rende sempre meno autorevoli e credibili.
Per evitare che questo accada la classe politica dovrebbe smetterla di litigare sul modo
in cui organizzare la sua partita.
Esiste un avvenimento, il referendum, che è stato chiesto da una parte importante della
società. E' una evidente espressione di volontà popolare. A differenza di tanti uomini
politici che non si dichiarano o parlano per non farsi capire, i firmatari del referendum
hanno il merito di avere posto un quesito, con chiarezza, ai loro concittadini. Hanno
diritto a una risposta, il più presto possibile.
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