Sergio Romano

Le prossime elezioni: una commedia italiana.

Quell'Europa subito rimossa.

Da "il Corriere della Sera" - 27 Gennaio 1999


In Italia le prossime elezioni europee saranno tutto fuorché europee. Voteremo per Prodi o contro Prodi, per le idee di Cossiga o contro le idee di Cossiga, per Berlusconi o contro Berlusconi. Ascolteremo discorsi durante la campagna elettorale in cui verrà spiegato agli italiani che l'Ulivo di Prodi non ha nulla a che vedere con quello del '96, che Cossiga è inaffidabile, che Di Pietro è un demagogo, che D'Alema è un vecchio comunista. E alla fine, dopo avere deposto il nostro voto nell'urna, scopriremo di avere mandato a Strasburgo alcune decine di deputati che ignorano i problemi dell'integrazione e non hanno chiesto o ricevuto uno specifico mandato europeo. Conoscono i grandi temi che saranno all'ordine del giorno dell'Unione nei prossimi anni? Sanno che la Germania di Schröder è decisa a ridurre il proprio contributo finanziario al bilancio comunitario e che occorrerà ridistribuire le quote fra i Paesi maggiori? Sanno che l'allargamento comporterà maggiori sacrifici e una revisione dei meccanismi istituzionali dell'Unione? Sanno che i parlamentari d'ogni nazione, indipendentemente dal gruppo d'appartenenza, si batteranno come squadra nazionale e cercheranno di strappare vantaggi per il loro Paese?

Non lo sanno e non lo sapranno per due ragioni. In primo luogo perché nulla, durante la campagna elettorale, contribuirà a mettere in evidenza questi problemi e a chiarirne l'importanza. In secondo luogo perché il "gioco" è un altro. Le elezioni non servono ad assicurare la presenza dell'Italia in Europa. Sono le grandi manovre nel corso delle quali alcune formazioni politiche, spesso costruite a tavolino nelle settimane precedenti, sottopongono le loro strategie nazionali a un sondaggio in formato naturale. L'Europa in tutto questo non c'entra: è soltanto un'occasione, un pretesto, un alibi.

Il guaio è che non c'entra neppure l'Italia. Quanti italiani hanno capito il disegno di Prodi, il controdisegno di Cossiga, le mediazioni di Veltroni, le dichiarazioni di Mastella? Quanti elettori sono in grado di decifrare le allusioni, le ironie, i giochi di parole, questo interminabile chiacchiericcio goliardico e inconcludente che è ormai il pane quotidiano della politica italiana?

Non è la prima volta, naturalmente. Come in altre occasioni una classe politica arrogante e provinciale si è staccata dal suolo e vola in uno spazio rarefatto dove i Cossiga parlano ai D'Alema, i Prodi parlano ai Marini, i Berlusconi parlano ai Fini e tutti insieme si contemplano nello specchio delle telecamere come se la loro immagine fosse l'unico spettacolo degno di considerazione. Con una differenza, tuttavia, rispetto al passato. Queste esercitazioni onanistiche della politica italiana (da Onan, il personaggio biblico che spargeva il suo seme sul deserto) avvengono in un momento in cui l'euro costringe i Paesi dell'Unione ad affrontare tutti i problemi di una nascente entità federale: bilancio, armonizzazione fiscale, voto a maggioranza, ruolo del Parlamento, azione congiunta nelle grandi crisi internazionali. Il destino dell'Italia dipende da ciò che si deciderà nei prossimi anni fra Strasburgo e Bruxelles, ma la classe politica italiana vive in un limbo dove scambia se stessa per la realtà. E il Paese, alla fine, dovrà adattarsi a decisioni prese da altri e a contare, in Europa, meno di Belgio, Olanda e Lussemburgo.

L'ironia vuole che tutto ciò avvenga dopo un grande sforzo nazionale per l'osservanza dei criteri di Maastricht e l'ingresso nell'Unione monetaria. Eravamo noti un tempo per la nostra capacità di vincere la pace dopo avere perduto la guerra. Questa volta, dopo aver vinto la guerra, rischiamo di perdere la pace.

 

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