Angelo Panebianco
Perché Cossiga ha fallito.
Da "il Corriere della Sera" - 25 Gennaio 1999
Ha tenuto, tutto da solo, sulla corda, per oltre un
anno, l'intero sistema politico, menando fendenti a destra e a manca, ha fondato un
partito provocando un terremoto nelle file del centrodestra, ha avuto letteralmente in
mano le sorti del Paese nel momento della caduta del governo Prodi, ha dato vita al primo
governo guidato da un postcomunista. Per un anno e passa, sfidando la leadership di
Berlusconi, da lui accusato di incapacità politica, e al tempo stesso polemizzando con la
«voglia di regime» della sinistra al potere, ha collezionato la dura opposizione dei
leader del Polo che lo percepivano come un temibilissimo concorrente e gli ostracismi di
una sinistra appagata dal potere che vedeva in lui una («inquietante») forza di
destabilizzazione. Per un anno e passa, osservatori e politici di tutte le tendenze si
sono chiesti se, per una bizzarria della storia, l'«uomo nuovo», il leader capace di
aggregare intorno a sé uno schieramento moderato in grado di sfidare la sinistra con più
chances di quante non ne restino a Berlusconi, fosse proprio lui, Cossiga. Quel Cossiga
che, per un verso, è certamente uomo del passato quant'altri mai, il democristiano che
nella Prima Repubblica svolse compiti cruciali, soprattutto nei settori - strategici in
tempo di guerra fredda - della sicurezza dello Stato, ricevendone in cambio grandissimi
onori.
Quel Cossiga che, per un altro verso, da presidente della Repubblica, alla caduta del Muro
di Berlino, ebbe per primo la consapevolezza della fine incipiente e irrimediabile del
mondo cui era appartenuto.
Oggi Cossiga deve sconsolatamente riconoscere che il progetto per il quale era rientrato
in gioco un anno fa è fallito, e deve per giunta umiliarsi a tentare di contendere il
controllo del partito da lui stesso fondato all'abile Mastella. Ma perché quel progetto
è così rapidamente e clamorosamente fallito? Forse, semplicemente, perché l'uomo
propone e Dio dispone o, nei termini laici della moderna sociologia, perché spesso, nelle
vicende umane, l'obiettivo dell'azione non viene raggiunto a causa degli effetti non
voluti e non previsti scatenati dall'azione stessa? O forse, oltre a ciò, c'è anche il
fatto che nel caso in questione erano multipli e contraddittori gli obiettivi dell'azione,
nonché incompatibili con essi i mezzi prescelti?
È nella complessa personalità di Cossiga, prima di tutto, nei suoi pregi come nei suoi
difetti, che va cercata la chiave per capirne sia l'ascesa che il declino, lo scacco
finale del suo audace tentativo di ristrutturare il sistema politico.
Uomo di grandi intuizioni, così come capì cosa stava per accadere («vi tireranno le
pietre per strada» profetizzò ai diccì con molto anticipo su Mani pulite) da presidente
della Repubblica, ha poi capito, traendone le conseguenze e ritornando all'azione, quanta
stanchezza e delusione ci fosse, e ci sia, in giro, nel Paese, per l'operato della nuova
classe politica, per la pochezza intellettuale e politica di tanti suoi esponenti, per
quel carattere di dilettanti allo sbaraglio e, insieme, di cinici navigatori senza
principii che, a torto o a ragione, settori rilevanti di opinione pubblica attribuiscono
all'odierna classe politica, di maggioranza e di opposizione.
Nonostante l'intuizione fosse giusta, il «progetto» è fallito. Colpa, direi,
soprattutto della contraddittorietà dei fini e della inconsistenza dei mezzi. Quanto ai
fini, bisogna dire, essi si presentarono come ambigui, e forse non del tutto chiari allo
stesso Cossiga, fin dall'inizio.
Nel periodo che precede la caduta del governo Prodi, Cossiga sembra sempre oscillare fra
diverse tentazioni. Vuole costruire - ed è questo a suo dire l'obiettivo principale - una
forza politica che, raccogliendo «il meglio della tradizione liberale, cattolica e
laica», sappia essere concorrenziale con Forza Italia e contrapporsi più efficacemente
alla sinistra in un quadro di alternanza e di competizione bipolare. Ma vuole anche -
obiettivo questo incompatibile con il precedente - sia recuperare alla politica quel
personale ex dc messo fuori gioco dagli eventi dei primi anni Novanta, sia dialogare con
le componenti di sinistra del cattolicesimo politico (Prodi, Marini, De Mita), allo scopo
di riattivare quanto è riattivabile della tradizione del «partito di centro» che fu
propria della Dc. E vuole infine, lui che ci aveva già provato non riuscendoci sul finire
del suo settennato, contribuire a chiudere definitivamente le divisioni che abbiamo
ereditato dalla guerra fredda (il che può darsi solo se e quando - come poi
effettivamente avverrà col governo D'Alema - un leader postcomunista si insedierà a
Palazzo Chigi).
Non è difficile vedere l'incompatibilità fra questi diversi disegni. Perché se il primo
obiettivo spinge Cossiga verso la sfida a Berlusconi per la leadership sul centrodestra in
un quadro di duro scontro con la sinistra al potere, gli altri due obiettivi lo spingono
in direzione opposta, lo spingono a ricompattare quanto è ricompattabile della diaspora
democristiana, a ricostruire il «partito di centro»: il che poi significa, soprattutto,
riannodare i legami con i Popolari. E questo obiettivo, a sua volta, è realizzabile solo
in condizioni di convergenza, e non di contrapposizione, con la sinistra. E l'ambiguità e
la contraddittorietà dei fini si proiettano sui mezzi scelti. L'Udr appare fin
dall'inizio clamorosamente inadeguata rispetto all'obiettivo ufficiale (creare una forza
alternativa alla sinistra). Cossiga che fin dal finire del suo settennato aveva
urtato il bigottismo costituzionale della sinistra, scandalizzato i suoi esponenti più
perbenisti proclamando già allora la sua simpatia per le istituzioni politiche create in
Francia da de Gaulle (ricordiamo che all'epoca il presidenzialismo era ancora tabù per la
sinistra), lui fin da allora fautore del maggioritario e nemico dell'assemblearismo, si
ritrova, fondando l'Udr, a capo di una massa (con poche eccezioni) di assemblearisti
accaniti e di proporzionalisti convinti. Fatte tutte le debite proporzioni, è un po' come
se de Gaulle accingendosi a fondare la Quinta Repubblica avesse preteso di farlo
servendosi degli stessi uomini che avevano retto il regime assembleare della Quarta. Non
avrebbe mai funzionato.
Se l'obiettivo era davvero costruire la forza alternativa alla sinistra eccetera eccetera,
bisogna dunque dire che il partito da lui messo in piedi a tutto poteva servire tranne che
a quello scopo. Si aggiunga il fatto che Cossiga, democristiano da sempre, non è mai
stato uomo d'organizzazione, con le mani in pasta nella «macchina». Per Mastella deve
essere stato un gioco da ragazzi sfilargli il neopartito dalle mani. E così Cossiga,
complici la contraddittorietà dei suoi obiettivi e le caratteristiche del materiale
umano disponibile, è riuscito, dei suoi progetti, a realizzarne solo uno: chiudere la
guerra fredda, portare D'Alema a Palazzo Chigi. Per il resto, fallimento totale. Si
consoli pensando che non tutti i mali vengono per nuocere. Può tornare a fare ciò che ha
fatto - spesso egregiamente - nel periodo intercorso fra la fine del suo settennato e la
nascita dell'Udr. Era allora una specie di padre nobile della Repubblica, capace per il
suo prestigio e la sua esperienza, di sferzare costumi, pochezze e vizi degli «uomini
nuovi», dei nuovi reggitori del Paese. Ed era anche, inevitabilmente, una riserva per la
Repubblica, un uomo sulla cui esperienza poter contare, da spendere ove si presentassero
tempi troppo difficili.
Insomma, la Repubblica ha perso un aspirante alla leadership del moderatismo italiano ma
è forse in procinto di riacquistare un padre nobile. Sarebbe un'ottima cosa poiché dei
primi (gli aspiranti leader) ce n'è sempre in abbondanza mentre dei padri nobili è
accertata, in ogni tempo, l'assoluta scarsità.
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