Angelo Panebianco

Investigatori, meno scrivanie più marciapiede.

L'incapacità di proteggerci.

Da "il Corriere della Sera" - 10 Gennaio 1999


Nella sua relazione sullo stato della giustizia, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il procuratore generale Antonio La Torre ha esibito le cifre su quella spettacolare crescita della violenza che l'Italia tutta, anche quelle parti, al Nord e al Centro, che ne erano un tempo relativamente immuni, sta sperimentando. E'  la cronaca milanese di questi giorni (anche di ieri, come questo giornale documenta, con una escalation che sembra inarrestabile) ma pure di tante altre città, da Udine a Bologna, da Firenze a Modena, Torino, eccetera, in cui si è passati, in pochi anni, da condizioni di sicurezza relativamente soddisfacenti a condizioni sempre più deteriorate.

Tutti i sondaggi indicano che il senso di insicurezza e di paura è in aumento fra gli italiani. Esso va di pari passo non solo con la crescita obiettiva dei delitti ma anche (ed è la cosa più grave) con la sempre più diffusa percezione di una assoluta incapacità degli apparati preposti alla sicurezza a rimediare alle proprie inefficienze, a ricostituire accettabili condizioni di sicurezza.

Gli italiani non credono, stando ai sondaggi, nella capacità dello Stato di dare, a breve termine, risposte efficienti alla crescita dell'insicurezza. E purtroppo le cose stanno proprio così. Per un insieme di cause, che sono in parte culturali, in parte politiche, in parte organizzative, non è credibile che lo Stato si doti a breve termine della capacità di fronteggiare in modo efficiente la crescente violenza urbana.

Cominciamo dalle cause culturali. Pensate all'invenzione (nefasta, oserei dire «criminale») di un termine come «microcriminalità», sotto il quale finiscono non solo scippi e furti (per definizione impuniti, dal momento che la vecchia, cara, tradizionale «caccia ai ladri» non fa più parte, a quanto pare, dei compiti istituzionali della polizia) ma anche rapine e omicidi (purché non commessi dal crimine organizzato). Ebbene, nella stessa affermazione del termine «microcriminalità» è implicita la svalutazione del fenomeno, è implicito un tendenziale disinteresse per la sicurezza dei cittadini, è implicito, cioè, che per la classe politica, per la magistratura e le forze dell'ordine (non certo per i cittadini comuni) si tratti di fenomeni, tutto sommato, di scarsa rilevanza. Fenomeni da porre comunque in fondo alla lista delle priorità, su cui svolgere indagini serie solo se, e solo a patto che, resti un po' di tempo, dovendo magistratura e forze dell'ordine occuparsi soprattutto di «grande criminalità» e poi di corruzione e di altri delitti dei colletti bianchi. Senonché, stabilendo questa gerarchia fra macro e micro si è finito per lasciare praticamente sguarnito il fronte della protezione dei cittadini. Il risultato è che abbiamo più poliziotti e addetti alla sicurezza di qualunque altro Paese europeo e abbiamo sempre meno sicurezza.

Poi c'è il punto dolente dell'immigrazione clandestina, una consistente fetta della quale va a nutrire le statistiche sui delitti, e a rendere sempre più pericolose le condizioni delle città. E' evidente che fattori culturali contribuiscono, oggi come ieri, a inibire la capacità di dare risposte adeguate al problema sicurezza connesso all'immigrazione clandestina. Chiacchiere tante, ma pochissimi fatti.

Di certo, il fattore culturale più potente che spiega perché la crescita di insicurezza delle nostre città possa continuare praticamente indisturbata è dato dalla sinergia fra la vocazione al lassismo (e al perdonismo anticipato) di una parte del mondo cattolico (non di tutto) e le bizzarre idee proprie del senso comune «di sinistra» in materia di criminalità. Pare assodato che per la sinistra italiana sia progressista e di sinistra solo colpire la grande criminalità e i delitti dei colletti bianchi.

Invece, proteggere i cittadini comuni, dare sicurezza alla loro vita di ogni giorno, metterli al riparo da ladri di appartamento, scippatori, rapinatori, eccetera, pare sia una cosa «di destra», che può interessare solo ai «reazionari».

Accanto ai fattori culturali ci sono poi quelli politico-istituzionali e organizzativi. Imporre efficienza agli apparati di sicurezza e al sistema giudiziario italiano richiederebbe una forza politica che nessun governo in Italia possiede, richiederebbe la capacità di colpire una grande quantità di privilegi e di protezioni corporative. Richiederebbe, per esempio, l'uso della ramazza per cacciare i tanti poliziotti assenteisti, imboscati negli uffici (una fetta consistente dei cosiddetti addetti alla sicurezza è sicuramente più versata, in Italia, nell'arte di presidiare il proprio ufficio che in quella di presidiare il territorio), o tecnicamente incapaci di fare indagini a un livello professionale accettabile. Forse richiederebbe anche di riconsiderare il problema del rapporto fa Procure e corpi di polizia. Forse restituire autonomia (dalle Procure) ai corpi di polizia servirebbe a ridare al potere centrale, al governo, pieno controllo sulla lotta al crimine, accrescendo l'efficienza del sistema. E' preoccupante il fatto che i ministri dell'Interno che si susseguono siano sempre pronti a spargere retorica sulla «abnegazione» della polizia piuttosto che a discutere razionalmente delle inefficienze del sistema e dei modi per superarle.

E le cose non vanno meglio nel caso del sistema giudiziario la cui inefficienza, fin qui non contrastata seriamente da nessuno, continua, da decenni, ad essere denunciata a ogni inaugurazione dell'anno giudiziario. Colpire l'inefficienza di qualunque organizzazione, come ben sanno i manager delle imprese private, significa, quasi sempre, dover tagliare tante teste, lasciare sul terreno (metaforicamente) un gran numero di «morti e feriti». Per farlo, nel caso degli apparati preposti alla sicurezza, si richiede una forza politica che i governi italiani non possiedono.

Ed ecco perché la violenza cresce, l'insicurezza degli italiani anche, e la risposta dello Stato latita e, plausibilmente, continuerà a latitare a lungo.

Se non ci fosse stato in questi anni il «fenomeno Giuliani», il drastico, spettacolare, abbattimento della criminalità a New York da parte di una amministrazione particolarmente efficiente ed energica (poi imitata anche da altre amministrazioni in altre città americane), potremmo continuare a trastullarci con le solite chiacchiere pseudo-sociologiche e pseudo-culturali sulla «crisi dei valori», sull'inevitabilità della crescita della criminalità nella società fondata «sul profitto», sull'inevitabilità della insicurezza nelle condizioni proprie della società «multietnica», nonché del tardocapitalismo, e bla bla bla. Ma c'è stato, appunto, il fenomeno Giuliani, ossia la dimostrazione pratica che le chiacchiere di cui sopra erano, fondamentalmente, sciocchezze da salotti radical-chic.

I termini del problema non sono difficili da comprendere. I cittadini chiedono soprattutto welfare, e il welfare è allora il tema politico dominante, quando la sicurezza personale, fisica, è relativamente garantita. Ma quando l'insicurezza personale cresce oltre una certa soglia, la risposta a questo problema diventa, nella gerarchia dei bisogni e delle domande, prioritaria.

Nella evidente sottovalutazione delle autorità pubbliche e degli apparati preposti è ovunque in crescita in Italia una più o meno muta domanda di sicurezza. Che resta, e probabilmente resterà a lungo, inevasa. Finché non spunterà qualche imprenditore politico capace di cavalcarla offrendo ricette e proposte convincenti (che oggi non ci sono). Chi riuscirà per primo a farlo si assicurerà, probabilmente, al tempo stesso, la condanna dei salotti e un durevole consenso nel Paese.

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