Sergio Romano

L'allarme crimine, le esternazioni di Diliberto.

Un Ministro un po' singolare.

Da "il Corriere della Sera" - 14 Gennaio 1999


Il ministro della Giustizia non era in Prefettura avant'ieri alla riunione presieduta da Massimo D'Alema sulla criminalità a Milano. Ma era spiritualmente presente con alcune parole dette ai giornalisti in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario. Eccole, in breve sintesi.

L'onorevole Diliberto deplora le ondate emotive; è convinto che vi siano casi in cui «la carcerazione non serve a niente»; non crede che l'inasprimento della pena incida sul numero dei reati; ritiene che «si debba avviare una riflessione di fondo» sulla sua utilità; non intende modificare il regime dei permessi carcerari; promette che l'Italia, finché lui sarà ministro, non tornerà a una «legislazione medievale».

Con espressioni così generiche e scontate molti potrebbero essere, in linea di massima, d'accordo. Ma il ministro della Giustizia ha scelto, per parlare in questi termini, il momento in cui una parte della pubblica opinione è legittimamente preoccupata dai nove omicidi di Milano, dal problema dell'immigrazione clandestina, dai regolamenti di conti fra bande che si battono per il controllo del territorio e dalle condizioni dell'ordine pubblico in alcune città. Non parlava a una platea di professori e giuristi nel corso di un convegno di studi sui delitti e sulle pene. Parlava in un momento di forte inquietudine milanese e nazionale. E ha dato così la sensazione di pensare che la lotta contro la criminalità non sia il problema più grave del momento. Importante, per Diliberto, è soprattutto evitare che le reazioni della pubblica opinione si traducano in rigore poliziesco e giudiziario. A un Paese che chiede una migliore giustizia e una polizia più efficace il ministro, per tutta risposta, offre con una punta di arroganza i canoni della solita sociologia progressista. Anziché esprimersi come un membro del governo, preoccupato dalle reazioni dei cittadini e desideroso di adattare la macchina del sistema carcerario alla realtà sociale italiana, si esprime come un militante politico che nel malumore della pubblica opinione vede anzitutto una potenziale minaccia ai diritti civili e alle garanzie costituzionali.

Non ne siamo sorpresi. Per formazione ideologica, esperienze culturali e caratteristiche anagrafiche Oliviero Diliberto appartiene a una generazione di militanti progressisti ma elitari che si attribuiscono il diritto di educare il popolo, a una generazione che è cresciuta contestando lo Stato «repressivo», combattendo le istituzioni «di classe» e attribuendo sistematicamente alla società le colpe degli individui. Quando il leader curdo Ocalan mise piede in Italia, si adoperò come Guardasigilli perché gli fosse evitato il carcere e ottenesse quindi di fatto, sia pure sotto sorveglianza, lo status del rifugiato politico. Quando scoppiò a Londra il caso Pinochet dette la sensazione di pensare che il generale cileno dovesse venire processato anche da noi. E per meglio spiegare le sue intenzioni dichiarò qualche giorno dopo che i due casi s'inquadravano «in una politica estera che sta cambiando».

Temo non si accorga di altri cambiamenti. Non ha compreso ad esempio che molte teorie politiche e sociali della sua gioventù vanno riviste alla luce delle esperienze degli ultimi anni. Non sembra comprendere che i timori di una cittadinanza insicura non nascondono intenzioni liberticide e che certi problemi vanno affrontati concretamente senza l'inutile bagaglio di ideologie invecchiate. Per battere la criminalità occorrono due condizioni: una migliore organizzazione delle forze di polizia e una cultura politica che non attribuisca al «capitalismo» le malefatte dei delinquenti. D'Alema ha accolto una proposta avanzata da questo giornale (il comando unico) e ha dimostrato che la volontà organizzativa esiste. Possiamo chiedere al ministro di Grazia e Giustizia che faccia, per parte sua, una piccola «rivoluzione culturale»?

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