Sergio Romano

Appetiti e doppi incarichi.

Da "il Corriere della Sera" - 21 Ottobre 1998


Le indiscrezioni sulla composizione di un nuovo governo appartengono ai riti e alle scaltrezze del sistema politico italiano. Servono a sondare, a lanciare segnali, a mettere in pista un uomo nuovo o a «bruciare» un candidato esponendolo al fuoco di sbarramento dei veti incrociati. Niente di veramente nuovo. Così si fanno i ministeri là dove il presidente designato non può scegliere liberamente la propria squadra e deve navigare, come è accaduto ieri, fra gli ultimatum di Cossiga, le lotte intestine dei popolari e le collere di Gerardo Bianco.

Non conviene quindi dare troppa importanza alle voci di Palazzo. Ma alcuni nomi - Antonio Bassolino, Emma Bonino, Massimo Cacciari - suggeriscono qualche riflessione sulla strategia di Massimo D'Alema. Il segretario dei ds non si limita a formare un governo composto da persone competenti e rappresentative delle forze politiche a cui deve la sua designazione. Mi sembra che cerchi di servirsi dell'occasione per rimettere ordine nella sinistra italiana. Il disegno è quello di sempre: affermare la preminenza del suo partito e farne la guida indiscussa del polo progressista. Sulla sua strada, negli scorsi mesi, ha trovato principalmente l'Ulivo e il «partito dei sindaci». Con le dimissioni di Romano Prodi l'Ulivo ha perduto il terreno su cui stava crescendo e si è fortemente indebolito.

Occorre ora completare l'opera. Se andrà alla segreteria del partito, Veltroni otterrà ciò che non era riuscito ad avere dopo le dimissioni di Occhetto e finirà per identificarsi con la sua nuova «ragione sociale». Se Bassolino e Cacciari andranno al governo il «partito dei sindaci» avrà perduto due fra i suoi rappresentanti più autorevoli. Se Emma Bonino lascerà Bruxelles per Roma, D'Alema avrà tolto alla famiglia radicale uno dei suoi esponenti più brillanti e svuotato le proteste di Pannella.

Questi sono obiettivi politicamente legittimi. Vi è un aspetto della questione tuttavia su cui D'Alema, se mai avesse accarezzato questi pensieri, dovrebbe riflettere. Bassolino e Cacciari non sono pezzi fungibili di un qualsiasi puzzle ministeriale. Sono stati eletti e rieletti dai cittadini delle loro città con un forte mandato personale. Se si dimettessero dimostrerebbero ancora una volta che i mandati in Italia sono soltanto trampolini per traguardi più ambiziosi. Se sommassero i due incarichi (una cattiva abitudine di cui i francesi non riescono a sbarazzarsi) diverrebbero ministri e sindaci a tempo parziale. Non basta. Quando un uomo politico esercita due funzioni - di cui una nazionale, l'altra locale - il Paese ha il diritto di chiedersi se non si serva della prima per giovare alla seconda. Quello di Berlusconi non è il solo possibile conflitto d'interessi della società italiana.

Il caso di Emma Bonino è diverso. Non ha un mandato popolare e nulla le vieta, in teoria, di lasciare Bruxelles. Ma converrebbe ricordare ciò che accadde nel marzo del 1972 quando Franco Maria Malfatti, da due anni presidente della Commissione, si dimise per partecipare alle prime elezioni anticipate del secondo dopoguerra. L'Europa politico-amministrativa si sentì tradita e capì che un collegio umbro-laziale contava, per un uomo politico italiano, più della sedia su cui si sarebbe seduto, qualche anno dopo, Jacques Delors.

Massimo D'Alema non è l'uomo che gli italiani scelsero nel 1996 e il suo governo corrisponde solo parzialmente al mandato dei suoi connazionali. Dovrebbe essere suo interesse evitare che l'eccezione si estenda ad altri membri del suo ministero e diventi una regola.

 

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