Sergio Romano
Un'alleanza, due disegni.
Da "il Corriere della Sera" - 17 Ottobre 1998
Occorre anzitutto sgombrare il terreno da un falso problema. Se Massimo D'Alema divenisse presidente del Consiglio nessuno avrebbe il diritto di rinfacciargli il suo passato comunista e di sbarrargli la strada con un veto morale. Non vedo, del resto, chi potrebbe lanciare la prima pietra in un Paese in cui molti, se non tutti i protagonisti provengono da partiti o clientele che sono stati screditati dalla giustizia o dalla storia. D'Alema è il leader del partito di maggioranza relativa e ha un pedigree socialdemocratico recente, ma credibile. Come presidente della Bicamerale è stato l'interlocutore realista dell'opposizione e in alcuni momenti il partner apprezzato dei leader di Forza Italia e di Alleanza nazionale. Come ex comunista possiede più di altri le virtù del pragmatismo. Vi sono circostanze in cui un vizio - il crudo realismo della scuola di Togliatti - può trasformarsi in virtù. Ho l'impressione che il «sovietico» D'Alema si renda conto della morte del comunismo meglio di quanto il «papalino» Buttiglione (a giudicare da certe sue dichiarazioni di ieri in materia di scuola e bioetica) si renda conto della fine del potere temporale della Chiesa. Non vi è più spazio, quindi, per anatemi e interdetti ideologici, come vorrebbe il Polo. Con tutti i suoi difetti l'Italia del 1998 non è più, per fortuna, quella della Guerra Fredda.
Ma non è ancora, purtroppo, l'Italia bipolare in cui molti hanno investito negli scorsi anni le loro speranze. Alle elezioni del 1996 la maggioranza non ha votato per D'Alema. Ha votato per Romano Prodi e per la coalizione politica che questi era riuscito a costruire intorno al suo nome. Se il leader dei Ds formerà un governo con la maggioranza di Prodi, molti italiani avranno il diritto di ricordare che il loro voto fu una scelta, non una procura in bianco, trasferibile da un leader all'altro.
Avranno il diritto di ricordarlo, a maggior ragione, se D'Alema darà vita a una coalizione con Francesco Cossiga. L'Udr non è ancora un partito politico, collaudato dal voto e dal giudizio degli elettori. + soltanto un prototipo confezionato negli indistruttibili laboratori del trasformismo italiano. I suoi componenti sono cascami e «parti di ricambio» di altri partiti. La sua intenzione, quale è andata gradualmente emergendo dalla strategia del suo leader, non è il rafforzamento del bipolarismo. Cossiga si è inserito come un cuneo fra due fragili poli. Ha cominciato a sgretolare il polo di destra sottraendogli qualche parlamentare, sta sgretolando il polo di sinistra rendendo l'Ulivo, solo un mese fa afflitto da ambizioni mondiali, una poltiglia irriconoscibile, ricomincerà a sgretolare il polo di destra non appena ne avrà l'occasione. Se il suo disegno andrà in porto l'Italia sarà nuovamente centrista, come negli anni in cui la Democrazia cristiana sceglieva i suoi alleati in funzione delle circostanze e delle convenienze.
Il problema, quindi, non è l'ascendenza ideologica di D'Alema. Il vero problema, se il leader dei Ds governerà con i voti di Cossiga, è la possibile convivenza in seno al governo di due strategie alla lunga opposte. D'Alema vuole fare del suo partito la guida di un polo progressista e percorrere fino in fondo, come ha detto ieri al Quirinale, il cammino delle riforme.
Cossiga vuole distruggere i poli e ricreare la vecchia palude democristiana. Dopo aver pagato il prezzo dell'incompatibilità fra le teorie di Bertinotti e quelle di Ciampi, ci accingiamo a pagare anche il prezzo dell'incompatibilità fra il disegno di D'Alema e quello di Cossiga.
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