Angelo Panebianco

Una anomalia tutta Italiana.

Da "il Corriere della Sera" - 12 Ottobre 1998


Qui va a finire che si torna al «governo del presidente».  Fra tutte, in una democrazia parlamentare, la peggiore, la più confusa, la più de-responsabilizzante (perché basata, tipicamente, su maggioranze e su sponsorizzazioni occulte o dissimulate) delle soluzioni possibili. Le soluzioni trasparenti, lineari, sarebbero altre.

La prima, ovviamente, è quella delle elezioni. Ma le elezioni non le vuole D'Alema, che ne teme il responso, non le vuole Cossiga, che ha bisogno di tempo per rafforzarsi, non le vogliono tanti altri (anche alcuni di quelli che ufficialmente le chiedono). Soprattutto, come è noto, non le vuole, a meno che non cambi idea in questi giorni, il capo dello Stato.

La seconda soluzione è quella delle «larghe intese» o della «unità nazionale»: in soldoni, quell'accordo fra D'Alema e Berlusconi, i leader dei due principali partiti, suggerito da Cossiga. Ma un accordo di tal fatta, come ha sostenuto due giorni fa il direttore di questo giornale, avrebbe senso solo se Ds e Forza Italia fossero disposti a volare alto, fossero in grado di concordare un qualche programma di riforme istituzionali (per esempio, di riforma della legge elettorale) e di governo dell'economia. Ma questa condizione, allo stato, non si dà e non sembra probabile che si realizzi nel breve periodo.

La terza soluzione è quella su cui da molti giorni insiste Giuliano Ferrara. Massimo D'Alema vuole diventare presidente del Consiglio? Bene, che smetta di stare nascosto nel suo antro ed esca, senza indugi e senza ipocrisie, allo scoperto. Essendo il leader del partito di maggioranza relativa è del tutto legittimo che D'Alema avanzi la sua candidatura a Palazzo Chigi.  Che provi subito, se ci riesce (è la tesi di Ferrara), a fare un governo. Senonché anche questa strada, osservo io, non è facilmente percorribile.  Perché presuppone un D'Alema in grado di mettere insieme una maggioranza di sinistra magari con appoggio esterno di Cossiga, una maggioranza, come ognun vede, davvero problematica da creare prima e da tenere in piedi poi. Per citare un solo ostacolo, non è sicuro che Cossiga, ammesso che sia disposto ad appoggiare un governo D'Alema, sia poi anche in grado di convincere una buona fetta dei suoi parlamentari (gente di centro-destra che, per lo più, è nell'Udr solo perché stufa della leadership di Berlusconi) a seguirlo. D'Alema, che, potendo, a Palazzo Chigi andrebbe di corsa, teme in questa fase di bruciarsi e non è facile dargli torto.

A forza di sfogliare la margherita si arriva a una sola possibile soluzione, quella che, almeno per chi scrive, è la più probabile (ancorché la meno auspicabile): l'ennesimo governo del presidente, denominato «tecnico» (se guidato, per esempio, da Ciampi o da Dini) o «istituzionale» (se guidato da un'alta carica dello Stato). In fondo, è una costante nella storia del settennato Scalfaro: perché a fronte dei due anni e mezzo del governo Prodi e dei sei mesi del governo Berlusconi, dal 1992 l'Italia ha fin qui sperimentato ben tre governi del presidente (detti «tecnici», per indorare la pillola): il governo Amato, il governo Ciampi, il governo Dini. Il rischio è che, ancora una volta, il fallimento della politica ci porti su quella strada. Un governo del presidente significa un governo privo di una chiara base parlamentare, fondato su sostegni occulti anziché palesi di questo o di quel gruppo parlamentare, un governo che, pur sopravvivendo grazie alla benevola astensione di alcune forze politiche, finisce per rispondere delle sue quotidiane attività più al presidente della Repubblica che al Parlamento.

Se nel '92 e nel '93 l'esplosione del sistema politico della Prima Repubblica rese impossibile qualunque soluzione che non fossero appunto i governi - del presidente - di Amato e di Ciampi (governi benemeriti, peraltro), oggi non si può più invocare una simile giustificazione.

Se un governo del presidente nascesse oggi, dunque, sarebbe per una ragione sola: vivacchiare il tempo necessario per arrivare all'elezione del presidente della Repubblica. Diciamo che la sua unica funzione sarebbe quella di «allungare il brodo», a favore, per esempio, di quelle forze che vogliono condizionare l'elezione del prossimo capo dello Stato senza essere «intralciate» prima da un nuovo ricorso al giudizio degli elettori.

Ma i governi del presidente sono un problema, un problema serio, per la democrazia. In primo luogo, danno del Paese, all'esterno, al resto d'Europa, un'immagine di confusione certo maggiore di quella che potrebbe dare un limpido ricorso alle elezioni, una volta constatato il venir meno della precedente maggioranza. In secondo luogo, il governo del presidente altera di fatto, per tutto il tempo che dura, piegandoli ad una logica diversa da quella della democrazia rappresentativa, i rapporti fra presidente della Repubblica, governo e Parlamento. In terzo luogo, è nella logica del governo del presidente che esso, poco responsabile verso ben identificabili forze parlamentari, sia soggetto, durante i suoi pochi o tanti mesi di vita, alla tentazione di farsi soprattutto «gli affari suoi», di essere uno strumento finalizzato alla distribuzione, più o meno a pioggia, di benefici, con l'unico scopo di agevolare le successive carriere politiche dei membri del governo. Un governo di passaggio, senza un vero programma, dall'incerta e fluttuante base parlamentare, a che altro potrebbe servire?

Un governo simile vivrebbe, per tutto il semestre bianco, presumibilmente, immerso in un'atmosfera assai pesante, da basso impero, continuamente esposto ad ogni genere di intrighi mentre gli attori politici che contano lotterebbero, più dietro le quinte che sul palcoscenico, per assicurarsi le posizioni e i «bocconi» migliori in vista della resa dei conti, le elezioni successive. Siamo sicuri che all'Italia oggi possa fare comodo un governo impegnato solo - una volta votata la Finanziaria e onorati gli eventuali impegni per il Kosovo - a prendere tempo, ad «allungare il brodo»?

 

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