Sergio Romano

Libro dei sogni e partito dei sensali.

Da "il Corriere della Sera" - 3 Ottobre 1998


Lo scenario che sembra emergere dalle ultime dichiarazioni del presidente del Consiglio è democraticamente ineccepibile. Romano Prodi, se ho capito bene, rifiuta di piegarsi ad altri patteggiamenti, presenta alle Camere la legge finanziaria che ritiene necessaria al futuro del Paese, chiede alla sua maggioranza di votarla. Se constata che la maggioranza si è sfaldata e che mancano all'appello in tutto o in parte i voti di Rifondazione, rifiuta d'integrarla con voti raccogliticci e sale al Quirinale per informare il presidente della Repubblica.

Sin qui, tutto bene. Resta da vedere se la seconda parte del percorso sarà altrettanto impeccabile. La logica delle buone democrazie parlamentari vuole che il presidente del Consiglio, in queste circostanze, metta ai voti la Finanziaria. Lo scrutinio non serve soltanto a contare i sì e i no. Se preceduto dal dibattito e dalle dichiarazioni di voto, serve soprattutto a verificare gli umori delle Camere. Esiste in Parlamento una maggioranza diversa da quella del governo Prodi, ma disposta a sottoscriverne il programma finanziario? Se esiste, Prodi dovrà dimettersi, ma il voto, dopo una discussione approfondita, darà al presidente della Repubblica le informazioni necessarie per la soluzione della crisi. Le regole, a questo punto, diventano semplici. Scalfaro sceglie il leader più adatto a rappresentare la nuova maggioranza e gli conferisce l'incarico. Questi si presenta in Parlamento con la propria squadra e chiede la fiducia. Se la ottiene, bene; se non la ottiene, restituisce l'incarico a Scalfaro che scioglie le Camere e gli chiede di restare a Palazzo Chigi sino alla convocazione di un nuovo Parlamento.

Abbiamo descritto il «libro dei sogni» della Repubblica italiana. Non ricordo una crisi negli ultimi cinquant'anni che sia stata risolta con le buone regole della democrazia parlamentare. Il Parlamento serve a fare leggi e leggine (duemila all'anno contro le ottocento leggi della britannica Camera dei Comuni) o a votare finanziamenti per i partiti politici. Ma non appena i suoi membri debbono esprimersi pubblicamente e responsabilmente sulle maggiori questioni nazionali, la democrazia si oscura, il Parlamento tace e le sue funzioni vengono usurpate dai partiti politici. Comincia così, nella Roma dei palazzi, una intricata trama di contatti informali, dichiarazioni a mezza bocca, messaggi cifrati, fughe di notizie, ammonimenti «a nuora perché suocera intenda». In questo enorme Transatlantico (il salone di Montecitorio dove i deputati s'incrociano e chiacchierano quando non partecipano ai lavori dell'aula) appare puntualmente un nuovo partito. E' quello dei mediatori e dei sensali. Nessuno lo ha eletto, nessuno gli ha conferito un mandato, nessuno conosce il suo programma. Ma, in questi momenti, è il tessitore di tutte le trame che vengono ordite di notte e disfatte di giorno. Il cittadino elettore apprende così dalla lettura dei giornali: a) che la Finanziaria potrebbe essere approvata con l'aiuto dei «cossuttiani», di alcuni pattisti, ex dell'Ulivo, passati a Cossiga e di qualche assenza provvidenziale; b) che Prodi potrebbe dimettersi per succedere a se stesso con una maggioranza ritoccata; c) che Prodi, dopo qualche mese, potrebbe passare il «testimone» a D'Alema; d) che il governo, durante il semestre bianco, potrebbe essere «tecnico-istituzionale». Chi si assume la responsabilità di queste proposte? Chi può spiegarne il senso e lo scopo? E' inutile pretendere risposte: gli italiani hanno il diritto di votare, non quello di sapere per chi e per che cosa hanno votato.

 

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