Sergio Romano
No di Bertinotti e vizi del sistema.
Da "il Corriere della Sera" - 26 Settembre 1998
Nell'indignazione con cui i partiti al governo
commentano l'offensiva di Bertinotti contro la legge finanziaria vi è molta retorica con
un pizzico d'ipocrisia. Nessuno ha il diritto di sorprendersi per un avvenimento che era
in larga parte prevedibile. Bertinotti rappresenta una fazione massimalista che non
condivide la filosofia riformatrice dei democratici di sinistra e non può correre il
rischio di scomparire nelle braccia dell'Ulivo. Conosciamo le sue idee e il suo carattere.
Sappiamo che controlla, fino a prova contraria, la maggioranza di Rifondazione e che può
contare sulla simpatia di una parte dei ds. Sappiamo che il suo maggiore avversario
politico, in una prospettiva di medio termine, non è Berlusconi, ma D'Alema. Era davvero
impossibile immaginare che avrebbe approfittato di un passaggio difficile - l'approvazione
della prima Finanziaria dopo l'euro - per valorizzare se stesso e lanciare una «seconda
campagna d'autunno»?
La retorica e l'ipocrisia non sono mai innocenti. In questo caso servono a mascherare due
vizi. Il primo è l'incoerenza politica di una coalizione che comprende, fra gli altri, un
ex presidente dell'Iri, un ex ministro di Berlusconi, un ex governatore della Banca
d'Italia e un ex sindacalista della Cgil. Se andassero d'accordo dovremmo dedurne che
qualcuno, nel corso della sua vita, ci ha raccontato bugie. Il secondo invece è un vizio
del sistema politico italiano. Il primo è noto da tempo, proviamo a parlare del secondo.
Prodi non è il solo presidente del Consiglio che debba occasionalmente far fronte alla
rivolta o ai ricatti di una parte della sua maggioranza. Ma non ha, a differenza di altri
suoi colleghi, il potere di sciogliere il Parlamento. Non può come John Major a Londra,
quando stava in sella con un solo voto di maggioranza, minacciare la fine della
legislatura. Non può sottrarsi ai ricatti chiedendo al Paese di decidere se ha ragione
lui, presidente di un governo che ha portato l'Italia nell'Unione monetaria, o Fausto
Bertinotti, segretario di un partito che non crede né all'Europa né alla Nato. Questo
potere fondamentale, l'unico che garantisca la stabilità di un governo parlamentare, è
stato conferito dalla Costituzione italiana a un arbitro, il presidente della Repubblica,
che obbedisce ad altre esigenze e preoccupazioni. Bertinotti lo sa. E sa anche che le
elezioni anticipate, a due mesi dall'inizio del «semestre bianco» (il periodo alla fine
del settennato durante il quale il capo dello Stato non ha il diritto d'interrompere la
legislatura), sono una prospettiva alquanto improbabile. Per sciogliere il Parlamento e
votare, in Francia e in Gran Bretagna, bastano 3 o 4 settimane; per la stessa operazione,
in Italia, occorrono 3 o 4 mesi.
Non sono soltanto Bertinotti e le sue pretese, incompatibili con il quadro economico,
quindi, i veri mali dell'Italia. Il suo vizio più grave è una Costituzione concepita
quando la maggiore preoccupazione dei costituenti era quella di evitare tentazioni
autoritarie. Grazie a un timore anacronistico e alle pessime abitudini contratte da un
sistema politico che è diventato progressivamente partitocratico, l'Italia, fra i
maggiori Paesi occidentali, è l'unico in cui il presidente del Consiglio non è un leader
nazionale, ma un semplice «primus inter pares», soggetto ai capricci e ai ricatti dei
suoi alleati. Siamo condannati dalla Costituzione a essere il Paese in cui le vere riforme
sono sistematicamente rinviate e ogni linea politica viene scolorita, diluita, alterata
sino a diventare irriconoscibile. La legge elettorale ha creato un bipolarismo imperfetto
che non ha impedito a Berlusconi di essere disarcionato nel giro di sette mesi. Oggi, dopo
il fallimento della Bicamerale e la grande emergenza dell'euro, durante la quale il
governo poteva invocare l'argomento dell'Europa, l'Italia ridiventa un Paese «normale».
Se Prodi corre il rischio di fare la fine di Berlusconi il bollettino politico non può
che recitare malinconicamente: «Niente di nuovo sul fronte italiano».
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