Ernesto Galli della Loggia

Politica delle Minoranze e Princìpi Liberali.

Da "il Corriere della Sera" - 31 Agosto 1998


L'Islam è ormai tra noi, e di conseguenza i suoi figli più giovani cominciano ad affollare le nostre scuole. Notizie di stampa indicavano qualche giorno fa l'attuale ammontare dei giovani islamici iscritti ai corsi scolastici in Italia già a più di cinquantamila (per la precisione, poco più di trentatremila tra materne ed elementari, undicimila alle medie e oltre seimila alle superiori), ma si tratta di una cifra destinata sicuramente a crescere, e forse non di poco, vista l'alta percentuale di persone di religione islamica sul totale degli immigrati che ogni giorno entrano nella Penisola.

Già oggi dunque si pone al nostro Paese il problema non solo di come regolare la vita dell'istituzione scolastica in funzione della presenza di una minoranza significativa di studenti appartenenti a una civiltà diversa dalla nostra, ma anche - e direi soprattutto - il problema di come adoperare la scuola pubblica (perché è ovvio che solo di questo si parla) in funzione della politica più generale da svolgere nei confronti degli immigrati. È specialmente dagli obiettivi da dare a tale politica, infatti, che dovrebbe discendere la soluzione dei problemi più specifici di natura scolastica.

Sui quali, peraltro, l'opinione pubblica italiana è costretta oggi a misurarsi molto concretamente dopo le richieste che proprio su tale materia sono state avanzate qualche settimana fa dalle Comunità islamiche presenti nel nostro Paese. Richieste che si riassumono nei cinque punti seguenti: uso facoltativo dello chador nelle aule scolastiche per le ragazze che lo vogliano; rispetto da parte delle mense delle consuetudini alimentari e dietetiche musulmane, e in specie delle regole per la macellazione degli animali; diritto per ragazzi e ragazze di fare ginnastica e nuoto separati, cioè utilizzando palestre, piscine e spogliatoi distinti; la possibilità, infine, di studiare il Corano durante l'ora di religione nonché di studiare e perfezionare la lingua araba.   Secondo la Comunità religiosa islamica italiana (che, non si dimentichi, rappresenta anche cittadini di nazionalità italiana) sarebbero questi i requisiti indispensabili se la scuola del nostro Paese vuole avere un rapporto non discriminante con gli studenti di religione musulmana.

Richieste come quelle ora dette - e altre più o meno analoghe che molto probabilmente altre comunità etnico-religiose presenti oggi o domani in Italia faranno proprie - pongono, come dicevo, il problema di quale scuola per quale politica delle minoranze e cioè di quale idea di Paese, di collettività nazionale, vogliamo costruire o mantenere anche in futuro.

Da questo punto di vista le richieste di contenuto più intrinsecamente religioso - come lo studio del Corano o il rispetto delle norme alimentari e dietetiche - non costituiscono un problema. Infatti, a differenza di quasi tutti i Paesi musulmani che pongono i cristiani nella posizione di cittadini di seconda classe, e non riconoscono loro piene ed effettive libertà di culto, l'Italia, come tutti i Paesi di democrazia liberale, tale libertà invece riconosce in ogni sua forma e dunque è giusto che lo faccia anche nell'ambito dell'istituzione scolastica pubblica. Personalmente ritengo che anche per la questione dello chador femminile - che come si sa alcuni anni addietro destò in Francia polemiche vivacissime, terminate con il divieto d'indossarlo - potrebbe benissimo adottarsi un criterio di larga tolleranza, specie se ci fosse la ragionevole certezza del carattere realmente libero del consenso da parte delle ragazze che decidessero di portarlo. A me pare, infatti, che il divieto di esibire in classe segni distintivi religiosi, che in Francia è stato invocato ed applicato in questo caso, abbia in realtà dei limiti oggettivi. Ci sono segni distintivi religiosi come una catenina con il crocifisso, o una kippà sulla testa, o uno chador, vietare di portare i quali non significa tanto vietare la propaganda religiosa o impedire eventuali discriminazioni quanto piuttosto ledere la vera e propria identità religiosa del cittadino, giovane o meno giovane che sia.

Diverso, invece, mi sembra, il discorso per le altre due richieste delle comunità islamiche. Ammettere che nelle scuole pubbliche ragazzi e ragazze musulmani debbano obbligatoriamente praticare la ginnastica o il nuoto in strutture diverse e separate, significherebbe di fatto, a mio giudizio, ledere il principio della piena uguaglianza dei sessi sancita dalla Costituzione e ormai fatto proprio da tutta la cultura e lo spirito pubblico del Paese. In Italia non ci possono essere piscine riservate ai maschi musulmani come non possono esserci autobus riservati ai bianchi, o cabine telefoniche esclusive per i militanti dell'Ulivo, o mutui agevolati concessi dalle banche solo ai valdesi.

Si tocca qui con mano quale sia un punto decisivo: non è ricevibile alcuna richiesta da parte di qualunque gruppo o minoranza, nel campo scolastico come in qualsiasi altro, che in nome della religione finisca per ledere i principi generali - di natura etico-politica prima ancora che giuridica - che stanno alla base della collettività nazionale italiana, e che sono per l'appunto i principi della democrazia liberale: primissimi fra tutti l'eguaglianza degli esseri umani e l'esistenza di diritti soggettivi inviolabili (come per esempio quello all'integrità fisica).

Naturalmente bisogna avere il coraggio e l'onestà intellettuali di riconoscere che porre in questi termini la questione significa in realtà porre le premesse perché, almeno di fatto, le confessioni religiose non siano, non possano essere, tutte su un vero piede di parità rispetto all'organizzazione sociale del nostro Paese e alle sue regole. Dal momento infatti che i principi generali a cui si ispira la nostra collettività nazionale sono, come dicevo, quelli della democrazia liberale, è evidente e insieme inevitabile che le confessioni religiose le quali hanno avuto un legame storico decisivo con tale concezione del mondo - e cioè tutte quelle di derivazione giudaico-cristiana - non possano non avere una più forte sintonia, e dunque anche una più immediata ed agevole consonanza, con i vari aspetti della società italiana e il loro modo di essere. Essendo tale società per intero un frutto storico della tradizione ebraico-cristiana nel suo molteplice svolgimento culturale, giù giù fino all'illuminismo e al liberalismo, essendo cioè figlia di una specifica tradizione religiosa, è evidente (nonché, ripeto, inevitabile) che rispetto ad essa, come rispetto a tutte le altre società occidentali, non vi possa essere una vera ed assoluta uguaglianza fra tutte le confessioni religiose esistenti sul pianeta. Per avere delle organizzazioni sociali che riuscissero davvero a realizzare il dettato liberal-democratico di una effettiva, assoluta parità fra tutte le fedi religiose, bisognerebbe né più né meno cancellare la storia: bisognerebbe cioè che si verificasse qualcosa che prima che impossibile è radicalmente antiumano. Accontentiamoci di constatare che comunque, a dispetto di ogni condizionamento storico, le società liberal-democratiche come l'Italia sono pur sempre quelle che nel mondo sono riuscite, e riescono, ad assicurare una maggiore libertà e un più ampio ventaglio di scelte per un maggior numero di persone.

Ciò, beninteso, può benissimo offendere la sensibilità religiosa di qualcuno (e di fatto l'offende: nell'Islam, ad esempio, com'è noto, vengono considerati comunemente blasfemi un gran numero di comportamenti e di regole normali nel libero Occidente ebraico-cristiano), ma se le nostre società vogliono restare libere non possono che ribadire il carattere storicamente condizionato - e dunque in tal senso limitato - del proprio universalismo democratico.

È per queste ragioni che nel caso di una richiesta come quella islamica di attrezzature ed esercizi sportivi obbligatoriamente separati per sesso, l'esigenza di un astratto ossequio, comunque, alla libertà religiosa dei cittadini è giusto che passi in seconda linea rispetto ai contenuti storici della libertà in cui l'Italia si riconosce. In base a tali contenuti, appunto, nessuno è libero di discriminare in base al sesso, anche se è un imperativo religioso che lo comanda.

Il ruolo della scuola è particolarmente delicato in tale prospettiva perché essa si trova in uno snodo cruciale. È proprio la scuola, infatti, il luogo dove istituzionalmente viene garantito il perpetuarsi del legame di una società con la sua storia, con il suo passato, e dove dunque quella società è obbligata a definirsi in base a materiali storici concreti, al di là di ogni impianto democratico-universalistico delle sue leggi e dei suoi principi. Definendo altresì, dunque, i limiti inevitabili di questo universalismo.

È evidente che in prospettiva consentire nella scuola pubblica ad ogni gruppo o minoranza di studiare la propria lingua cultural-religiosa (come chiedono di fare gli islamici con l'arabo) equivale a un primo passo verso l'inevitabile fine di qualsivoglia richiamo storico unitario della società italiana, e dunque, alla lunga, verso la virtuale scomparsa di tale società. Ciò che sarebbe tra l'altro in evidente contrasto con l'obiettivo di integrare le minoranze - se è questo che ci prefiggiamo - dal momento che verrebbe a scomparire precisamente la cosa in cui integrarsi. La partita che si gioca nella scuola pubblica è dunque una partita che riguarda tutto il Paese: essa è tra l'integrazione effettiva da un lato, o dall'altro la più o meno consapevole accettazione del venir meno di quell'organico tessuto di tradizioni, di storia e di memorie, che fino ad oggi è stata l'Italia e la sua democrazia.

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