Sergio Romano

Il lavoro e le regole.

Da "il Corriere della Sera" - 12 Agosto 1998


Il governo non ha torto quando sostiene che il problema dell'immigrazione investe tutta l'Europa e non può essere affrontato senza la solidarietà e la collaborazione dell'intera Unione. Ma la situazione, allo stato attuale delle cose, è in questi termini.

L'Unione europea ha fatto recentemente due passi decisivi verso la sua integrazione. Con il trattato di Maastricht ha unificato le monete, con il trattato di Schengen ha unificato le frontiere. Avremo fra qualche mese una moneta unica, ma abbiamo già, dal momento in cui siamo stati ammessi nel club di Schengen, una frontiera unica. Con una fondamentale differenza. Mentre la moneta è stata sottratta alla gestione dei governi nazionali, la responsabilità della frontiera unica è stata suddivisa fra le autorità dei Paesi a cui i relativi tratti originariamente appartenevano. In altre parole: mentre la moneta unica è amministrata a Francoforte, nell'interesse di tutti, dal governatore della Banca centrale europea, la vecchia frontiera italiana è amministrata a Roma, nell'interesse di tutti gli europei, dal ministro Napolitano e da alcuni suoi colleghi di gabinetto (principalmente Esteri e Giustizia). Possiamo chiedere all'Europa di adottare direttive comuni e d'imporre a tutti regole che ci permettano tra l'altro di resistere meglio ai settori più permissivi e «umanitari» della nostra opinione pubblica. Ma non le possiamo chiedere di sostituirsi a noi nel controllo delle coste «ex italiane».

Piaccia o no, queste sono oggi le regole del gioco. Non esiste per ora un ufficio federale dell'immigrazione, come negli Stati Uniti, o una guardia costiera europea a cui affidare il pattugliamento dell'Adriatico e del canale di Tunisi. Ciascuno deve provvedere, per la parte di sua competenza, con i suoi mezzi, le sue leggi, la sua cultura. Gli altri hanno il diritto di criticarci, ma non hanno né il diritto né il dovere di sostituirci.

Questa è la prima realtà di cui prendere nota. L'altra realtà, se vogliamo smettere, per quanto possibile, di parlare a vuoto, è l'ambivalenza con cui tutte le società europee considerano il fenomeno dell'immigrazione. Nessuno vuole i venditori ambulanti, i prosseneti, la piccola criminalità e il chiasso di notte al bar dell'angolo. Ma nessuno in Europa, se possibile, vuole tornare a fare i vecchi mestieri umili e indispensabili di un tempo. Non è vero che gli immigrati sbarchino sulle coste europee per una sorta di epocale transumanza dal sud al nord del mondo, come affermano ogni giorno i retori del terzomondismo. Arrivano, molto più semplicemente, perché l'Europa ha bisogno di loro. Lo dimostra il fatto che la maggioranza degli immigrati, legali o clandestini, trova rapidamente un lavoro, più o meno precario, e comincia dopo qualche mese a trasferire denaro in patria.

Il problema dell'immigrazione è quindi sostanzialmente quello del mercato del lavoro. Lo affrontano relativamente bene i Paesi che hanno un mercato del lavoro flessibile e trasparente in cui è facile assumere, licenziare e individuare per tempo i settori in cui gli «indigeni» non sono disposti a impegnarsi. Sono questi i Paesi che possono fissare quote d'immigrazione e metterle sul tavolo delle trattative diplomatiche ogniqualvolta negoziano un accordo di collaborazione, tanto per fare un esempio, con il Marocco o la Tunisia. Lo affrontano male i Paesi che hanno un mercato del lavoro rigido e opaco. Lo affronta male l'Italia, Paese in cui è difficile assumere perché è difficile licenziare, e in cui nessuno può dire con esattezza quale sia il fabbisogno annuale di manodopera extracomunitaria perché nessuno conosce con esattezza il numero dei «clandestini» italiani. Non è facile, per un governo, star dietro agli immigrati quando non riesce a impedire che alcuni milioni di connazionali (da tre a cinque) lavorino in nero. Con quali criteri potrà mai fissare realistiche quote d'immigrazione e offrirle sul tavolo negoziale ai Paesi del Mediterraneo? La rigidità del mercato del lavoro e la clandestinità sono facce di una stessa medaglia. Il problema dell'immigrazione è certamente europeo. Ma dentro al problema europeo vi è uno specifico problema italiano; e il secondo, come al solito, è più complicato del primo.

 

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