Sergio Romano
Una nebulosa democristiana.
Da "il Corriere della Sera" - 15 Maggio 1998
Il no di Rifondazione comunista all'allargamento
della Nato non avrà alcuna influenza sulla politica estera italiana. Conta di più,
paradossalmente, un ordine del giorno dei Verdi, accettato dal governo, per il disarmo e
la pubblicità degli accordi italo-americani sulle basi. Al Dipartimento di Stato il
rapporto dell'ambasciata americana a Roma sul voto del Senato finirà nel cassetto delle
notizie inutili. Che cosa mai dovrebbe attendersi Washington da un partito che boicotta
l'operazione italiana in Albania e s'ispira a modelli internazionali come Fidel Castro o
il comandante Marcos?
Dal voto di avant'ieri quindi la Nato esce indenne. Non altrettanto, invece, il sistema
politico italiano. Siamo governati da una coalizione in cui un partito, indispensabile
alla stabilità dell'esecutivo, è ostile all'alleanza con gli Stati Uniti e, in modo più
sfumato, all'Europa di Maastricht, vale a dire alle due maggiori scelte politiche del
Paese.
La logica e la chiarezza vorrebbero che il governo verificasse con un voto di fiducia le
dimensioni e la natura della propria maggioranza. Ma il dibattito sulla fiducia non lo
vogliono, in realtà, né l'Ulivo né Rifondazione. Al partito di Cossutta e Bertinotti
basta proclamare la propria purezza antimperialista, anticapitalista, anticolonialista e
taglieggiare ogni tanto il governo con una pretesa (la legge sulle 35 ore, il regime
pensionistico dei «lavori usuranti», il rinvio della privatizzazione dell'Enel) che è
in netto contrasto con lo spirito del programma originale dell'Ulivo.
A differenza di D'Alema, Prodi non sembra darsene troppa pena. Sa di poter contare
all'occorrenza sui voti dell'opposizione e soprattutto, quando il Polo non è disposto a
dargli una mano, su quelli dell'Udr di Cossiga. Non è una situazione ideale, ma comporta
pur sempre un vantaggio: riduce l'influenza dei Ds sul governo. La maggioranza, in altre
parole, è diventata variabile. Anche se molti non se ne sono accorti, l'Italia politica
ha registrato, dalle elezione del 1996, un gran numero di «microribaltamenti». Credevamo
di avere eletto due Poli e ci siamo accorti che molti parlamentari hanno interpretato il
loro mandato come il diritto a saltare da un campo all'altro. Qualcuno se ne è andato con
Di Pietro, altri con Cossiga, qualcuno ha abbandonato Dini, altri hanno lasciato il Polo
per Rinnovamento italiano, e qualcuno infine, come Rocco Buttiglione, ha già fatto, dal
1994 a oggi, almeno un paio di salti mortali. In Francia, dopo la restaurazione dei
Borbone, apparve un Dizionario delle banderuole in cui erano raccontate le vicende di
coloro che fra il 1789 e il 1815 avevano cambiato più volte casacca. A quando una
edizione italiana?
Ciò che è accaduto ha un nome e appartiene ai costumi politici dell'Italia unitaria: si
chiama trasformismo. Ma il fenomeno, in questa circostanza, presenta qualche novità e
suggerisce due riflessioni complementari. In primo luogo sta rinascendo una nebulosa
democristiana governata da Prodi e perfettamente capace, per restare al potere, di
prendere voti ora a sinistra ora a destra. Non esiste più la Democrazia cristiana, ma
sopravvivono le sue correnti, da quella andreottiana di Dini a quella «forzanovista» del
Partito popolare. E' scomparso il partito bianco, ma rimane una larga «congregazione»
guelfa: è quella che recitava il Pater Noster alla fine dei congressi e si è ricongiunta
qualche giorno fa per rendere omaggio alla memoria di Moro.
Tutto ciò accade - è la seconda riflessione - mentre la riforma della Costituzione
sembra spegnersi fra patteggiamenti mediocri e compromessi di cui nessuno è in grado di
calcolare le conseguenze istituzionali. Fra i due fenomeni - rinascita della nebulosa
democristiana e dirottamento della riforma costituzionale - vi è un rapporto diretto. La
nuova Dc cresce a mano a mano che la Bicamerale deperisce. Se sul progetto di un'Italia
bipolare cala il sipario, il potere, prima o dopo, torna ad affondare nella palude
democristiana. Qualcuno furbescamente riterrà di avere vinto la partita. Il Paese l'avrà
perduta.
| Ritorna alla Pagina Precedente |