Angelo Panebianco

Quando il fisco fa politica.

Da "il Corriere della Sera" - 9 Aprile 1998


Purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista, la «politica», intesa come sfera di attività ove si manifestano i conflitti e si prendono decisioni cruciali per la comunità, non è ancora del tutto sfuggita, nonostante la nascente moneta unica, alle grinfie dei singoli Stati europei. Per molti anni ancora, probabilmente, le diverse classi politiche europee continueranno, nonostante l'euro, a controllare aspetti per nulla trascurabili della vita dei loro Paesi. Per conseguenza, ancorché indebolita, limitata nelle sue possibilità di intervento, la «politica» non abbandonerà, nel prossimo futuro, l'ambito nazional-statuale. Basti pensare, per citare solo alcuni temi particolarmente rilevanti, che restano ancora intatte le prerogative statali in materia di welfare state, di politiche della giustizia, di politiche dell'istruzione, e, almeno in parte, delle politiche fiscali. E a seconda delle scelte che i leader nazionali faranno in questi settori essi determineranno la fortuna, la prosperità, oppure la decadenza, la rovina dei rispettivi Paesi. Le elezioni nazionali non si ridurranno d'incanto a simulacri, finzioni, riti svuotati di sostanza. Gli schieramenti politici nazionali continueranno a scontrarsi proponendo al Paese linee di azione diverse su un gran numero di problemi rilevanti e gli interessi si divideranno di conseguenza. 

Fino ad oggi la meta, così vitale per l'Italia, dell'ingresso nell'euro aveva almeno in parte oscurato agli occhi di molti italiani, la persistente «politicità» delle scelte del governo nazionale. Si trattava di entrare in Europa e il governo Prodi, aiutato anche dalla obiettiva difficoltà dell'impresa, era riuscito in un certo senso a «spoliticizzare» l'obiettivo, a proporlo come il frutto di un grande sforzo nazionale cui tutti gli italiani, ciascuno in ragione delle sue possibilità, erano chiamati a concorrere. Soprattutto, era stato abile, per un po', a presentare il percorso scelto per raggiungere l'obiettivo come politicamente neutro, frutto esclusivo, o quasi, di scelte puramente tecniche. E molti italiani lo avevano accettato come tale. Oggi però la meta è raggiunta, una fase si è conclusa, e da questo momento in poi sarà davvero difficile celare, nascondere ulteriormente, la politicità a tutto tondo delle scelte, passate, presenti e future, del governo. Sarà soprattutto sempre più difficile celare il fatto che, sotto il manto dell'euro, dietro le parole d'ordine ufficiali sull'obiettivo dell'Europa monetaria, tacitamente (quasi, potremmo dire, almeno all'inizio, al riparo da orecchie e occhi indiscreti) è stata avviata, ed è tuttora in corso, una grande operazione, politica, politicissima, di ridistribuzione del reddito e del potere fra le classi e i ceti sociali che compongono il Paese. Con il riordino delle aliquote e con l'introduzione dell'Irap è stata avviata una delle più incisive riforme fiscali del dopoguerra. Con i nuovi meccanismi del riccometro e del sanitometro si dà luogo a una riforma indiretta del welfare che punta alla riduzione della spesa attraverso l'esclusione di un'ampia fascia di soggetti dalle prestazioni sociali. E intanto si affaccia all'orizzonte la revisione dei valori catastali. Mettendo insieme tutti i pezzi del puzzle, il disegno complessivo comincia a diventare visibile e comprensibile. È quel grande insieme, sociologicamente eterogeneo, ed economicamente assai diversificato, che chiamiamo classi medie (non solo, per le ragioni che dirò, i ceti medio-alti) il bersaglio apparente della politica ridistributiva dell'Ulivo. È certo che questa politica bastonerà pesantemente molti gruppi sociali. Dell'Irap, ad esempio, non sono ancora chiare tutte le implicazioni ma sembra possibile, come molti paventano, che questa tassa possa avere effetti rovinosi soprattutto sulla micro-imprenditorialità, in specie nel settore dei servizi. Il riccometro, poi, antica proposta sindacale che ha infine trovato attuazione ad opera del governo Prodi, promette di colpire, soprattutto fra gli anziani, moltissimi che per il loro tenore di vita - anche a causa dei livelli presenti di pressione fiscale - non stanno affatto nei piani medio-alti della piramide del reddito. E così via.

Nulla di strano si potrebbe dire. Il governo dell'Ulivo è in fondo quanto di più vicino ci sia alla riedizione di una classica alleanza socialdemocratica, come quella che governa in Francia, come quelle che per tanti decenni hanno governato in molti Paesi europei, ed è tipico di tali raggruppamenti praticare politiche marcatamente ridistributive, spostare reddito e potere dall'alto, dai ceti medio-alti, verso il basso lungo la piramide sociale.  

Ci sono tuttavia tre problemi che sollevo anche a costo di irritare quei commentatori che ci vorrebbero tutti quanti proni, in rapita adorazione del governo dell'Ulivo. Il primo problema è che quando si posizionano di notte delle mitragliatrici e si spara, nel mucchio si può colpire di tutto, amici e nemici. E così, ad esempio, non è affatto sicuro - anzi, a me pare certo il contrario - che il riccometro colpirà solo i ceti medio-alti. In realtà, rischia di colpire anche - e nel caso degli anziani, con particolare, stupida crudeltà - tante persone che, per tenore di vita, non appartengono affatto ai suddetti ceti medio-alti. In una garbata replica a un mio articolo su questi temi Alfiero Grandi, responsabile Ds (ex Pds) per le politiche del lavoro, ammette che l'introduzione del riccometro non è stata ancora «oggetto di una valutazione attenta sulle sue implicazioni». Altrettanto garbatamente vorrei osservare che ciò capita quando i governi fanno interventi «al buio», un tanto al chilo, avendo un'idea solo approssimativa (e spesso sbagliata) dei reali effetti che l'intervento produrrà sul Paese.

Il secondo problema è che in realtà l'Ulivo non voleva essere, almeno all'inizio, un'alleanza socialdemocratica di tipo classico. Se lo fosse stata Prodi, Veltroni e D'Alema non avrebbero avuto difficoltà, già in campagna elettorale, a promettere più pressione fiscale per i ceti medio-alti. I socialdemocratici, in giro per l'Europa, quasi mai hanno avuto bisogno di mentire su questo punto. I socialdemocratici svedesi negli anni Cinquanta e Sessanta, ad esempio, massacravano fiscalmente i ceti medio-alti e lo facevano apertamente, senza alcun bisogno di nascondere la mano. Ma se l'Ulivo si proponesse apertamente come formazione socialdemocratica ci si dovrebbe subito domandare: che cosa ci stanno a fare lì dentro Dini o i Popolari? E ancora: di che potrà mai parlare D'Alema con quel Tony Blair che incarna oggi, precisamente, il tentativo di mettere per sempre in soffitta i vecchi schemi socialdemocratici o laburisti? L'ultimo problema discende dal secondo: una politica «socialdemocratica» di ridistribuzione del reddito, in parte mirata, voluta e in parte casuale, serve al Paese oggi? In altre parole: nelle condizioni italiane della fine degli anni Novanta ha senso, e quale? Una politica punitiva verso le classi medie da socialdemocrazia svedese degli anni Sessanta (senza neppure poter offrire quei fior di servizi che, in cambio, la socialdemocrazia svedese allora
offriva)? Quale che sia la risposta che ciascuno vorrà dare a questa domanda, il fatto stesso di poter formulare la domanda una cosa testimonia di certo. Il fatto che, nonostante l'euro, nonostante l'alone di neutralità tecnica di cui si cerca di circondare l'azione del governo, nonostante tante premature dichiarazioni di fine o di scomparsa della «politica», la politica, invece, pur molto ammaccata, è sempre viva e vegeta. E continua a offrirci mille e una occasioni di divisioni e di conflitto.

 

 

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