Sergio Romano
Le promesse mancate nel paese delle tasse.
Da "il Corriere della Sera" - 4 Aprile 1998
Una delle ragioni per cui George Bush non rimase alla
Casa Bianca, dopo le elezioni del 1992, fu il tradimento di un impegno elettorale. Aveva
promesso che non avrebbe aumentato le tasse e aveva detto ai suoi connazionali, con un
gesto di sfida, «leggete le mie labbra», come se gli premesse dimostrare che il suo
impegno era valido anche per i sordi. Gli americani le lessero, se ne ricordarono e lo
restituirono agli ozi del Texas. Che cosa accadrebbe di Romano Prodi se dovesse rendere
conto agli elettori degli impegni fiscali iscritti nel programma dell'Ulivo? Che cosa
accadrebbe di Beniamino Andreatta se qualcuno gli ricordasse le «verdi vallate» che
aveva preannunciato al Paese dopo l'ingresso nell'Unione monetaria? La pressione fiscale
è aumentata nel 1997 dell'1,5% e le entrate del 10,2%. Possiamo permettercelo? Avevamo,
prima di questi ultimi dati, una pressione tributaria pari al 42,9% del prodotto interno
lordo, superiore quindi alla pressione media dell'Unione Europea. È difficile immaginare
che un ambiente fiscale così ostile incoraggi gli investimenti stranieri. Il governo
vuole l'Europa con una fermezza di cui occorre rendergli merito. Ma sembra avere
dimenticato che l'Europa significa anzitutto intraprendenza, gusto del rischio, ricerca di
condizioni ideali, capacità di tener testa alla concorrenza. Perché mai un industriale
straniero dovrebbe portare il suo denaro e i suoi brevetti in un Paese che toglie ai suoi
cittadini ogni anno una percentuale oggi vicina, probabilmente, al 44% del prodotto
interno lordo? E perché gli industriali italiani dovrebbero investire il loro denaro in
Italia quando l'Europa di Maastricht rende Lione, l'Irlanda e il Galles molto più vicini
e congeniali di qualsiasi regione della Penisola? Perché il denaro dell'Europa dovrebbe
scegliere il purgatorio dell'Italia piuttosto che il paradiso dei Paesi dove non si
strozzano i contribuenti e gli si offrono invece, per sollecitarne le iniziative, buoni
trasporti, sicurezza del territorio, poste efficienti, telecomunicazioni moderne?
La risposta a queste domande non è nella spiegazione troppo semplice del presidente del
Consiglio. Il debito, a cui Prodi ha fatto riferimento nelle dichiarazioni di Londra per
giustificare la sua politica fiscale, si può abbattere in altri modi. La risposta è
nella filosofia politica del governo e delle forze che ne condizionano l'esistenza. Il
paradosso italiano è tutto qui. Il compito di portarci in Europa e di adeguare il Paese
al livello dei suoi maggiori concorrenti è finito nelle mani di una coalizione composta
da ex comunisti, democristiani di sinistra e comunisti di stretta osservanza. Nessuno può
negare la competenza e l'impegno di Prodi, Ciampi, Visco, Maccanico e, tutto sommato,
Bindi o Burlando. Ma nessuno, evidentemente, riuscirà mai a persuaderli che il miglior
modo per sconfiggere la disoccupazione è quello di creare ricchezza, che non si può
distribuire ricchezza prima di crearla, che non può esservi modernizzazione in un Paese
in cui i sindacati sono gli indispensabili interlocutori di qualsiasi iniziativa del
governo, la spesa pubblica è intoccabile, le fantasticherie economiche di Rifondazione
politicamente rispettabili.
Temo che questo paradosso avrà almeno due conseguenze, di cui una soprattutto economica,
l'altra più propriamente politica. La conseguenza economica sarà la fuga. Se non
potranno scappare verso il «sommerso», come troppi hanno fatto negli ultimi trent'anni,
gli imprenditori italiani scapperanno verso le aree più propizie dell'Unione o, peggio
ancora, verso il nuovo «sommerso» dei Paesi balcanici. La seconda conseguenza è ancora
più grave. La politica scelta dal governo - una pressione fiscale più elevata, una
modesta riduzione della spesa pensionistica e una spesa pubblica strutturalmente immutata
- sta creando un forte risentimento antieuropeo proprio negli ambienti sociali che
dovrebbero essere più direttamente interessati, per mentalità e vocazione, alla
costruzione dell'Europa. Il governo sembra essersi dimenticato che ogni grande impresa
richiede un «blocco sociale» pronto a coglierne le occasioni e destinato a identificarsi
con i suoi ideali. Così accadde in Inghilterra quando una grande classe politica riuscì
a sollecitare la nascita di una borghesia industriale che divenne da allora la spina
dorsale del Paese. Così accadde in Francia quando Gambetta costruì con le couches
nouvelles le fondamenta della Terza Repubblica. In Italia questo «blocco sociale»
esiste. È composto da imprenditori, professionisti, lavoratori autonomi, tutti pronti ad
accettare le regole del mercato e della concorrenza. Ma il governo, a questo blocco
sociale, chiede tasse e preferisce farsi accompagnare lungo la strada dell'Europa da ceti
sociali intellettualmente pigri e conservatori. Di questo passo gli italiani che andranno
in Europa ci andranno da soli, senza il governo: cambiando indirizzo.
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