Sergio Romano

Tartufo e il conflitto d'interessi.

Da "il Corriere della Sera" - 21 Marzo 1998


Le trattative fallite per la vendita di Mediaset hanno mandato all'aria il listino valori della Borsa
politica italiana. Quale che sia la verità - quella di Berlusconi o quella di Murdoch - il caso ha
sollevato il velo delle nostre ipocrisie. Ci accorgiamo finalmente di aver recitato in questi anni
una commedia degli equivoci e degli inganni intitolata «conflitto di interessi».

La trama è semplice. La sinistra rimprovera aspramente a Berlusconi la proprietà di tre canali
televisivi, denuncia l'incompatibilità fra beni privati e aspirazioni pubbliche, sostiene che i
risultati della campagna elettorale del 1994 sono stati falsati dalle trasmissioni
propagandistiche della Fininvest. Quest'ultima tesi è discutibile, ma l'affermazione di principio è
certamente giusta. Un uomo che aspira a governare il proprio Paese non può essere
contemporaneamente proprietario di circa il 50% del patrimonio televisivo nazionale. Sul
piano teorico la posizione della sinistra italiana è stata quindi indiscutibilmente liberale.

Ma Tartufo, indimenticabile personaggio di una commedia di Molière, entra in scena nel
momento in cui la sinistra si accorge che il conflitto d'interessi può nuocere a Berlusconi molto
più di quanto non gli giovi. Non è vero, anzitutto, che le trasmissioni della Fininvest siano
sempre e necessariamente berlusconiane. In primo luogo perché la sinistra è perfettamente in
grado di «censurarle» e lanciare scandalizzati ammonimenti. In secondo luogo perché una
grande società televisiva non può permettersi di essere soltanto una gazzetta politica al servizio
delle ambizioni pubbliche del suo proprietario. Non basta. In un momento in cui occorre,
nell'interesse del Paese, definire le nuove regole del mercato delle comunicazioni, l'arma di
Berlusconi può diventare il suo tallone d'Achille, il suo punto di massima vulnerabilità. Ne
abbiamo avuto il sospetto non appena le questioni televisive si sono intrecciate con il problema
degli equilibri politici e delle riforme costituzionali. Ne abbiamo avuto la certezza quando
abbiamo constatato che i progetti di legge sul conflitto d'interessi si trascinano stancamente in
Parlamento da quasi quattro anni.

La trattativa è fallita, ma il caso ha dimostrato che la sinistra è fondamentalmente conservatrice
e preferisce lo status quo. Finché Mediaset è nelle mani di Berlusconi, il leader di Forza Italia
è un uomo politico dimezzato, soggetto ai ricatti dei suoi avversari. Finché è nelle sue mani
Mediaset è una società italiana su cui governo e sindacati possono esercitare, all'occorrenza,
pressioni formali e informali. Rifondazione comunista - che non ha mai preteso, a differenza di
altri partiti della coalizione, di essere una forza politica liberale - si è espressa in proposito con
una disarmante franchezza. Non è sorprendente che l'imbarazzo della sinistra, nel momento in
cui la vendita appariva possibile, abbia permesso a Berlusconi di atteggiarsi a imprenditore
nazionale e di segnare un punto.

Resta da vedere quali siano, in questa vicenda, gli interessi dei cittadini italiani. Debbono
sperare che il leader di Forza Italia venda le sue azioni o conservi la proprietà dell'azienda?
Debbono sperare che Mediaset rimanga nelle mani di un imprenditore italiano o accettare
l'ipotesi che entri a far parte di un grande gruppo televisivo straniero?

Credo che il miglior modo per rispondere a queste domande sia quello di far riferimento a due
buone regole della politica e dell'economia. La prima regola vuole che un uomo o una donna,
nel momento in cui chiede un mandato popolare e aspira a governare il Paese, venda le sue
proprietà e affidi il denaro ricavato alla cura di un amministratore «cieco». La seconda vuole
che le regole del mercato, a cui quasi tutti rendono quotidiano omaggio, vengano accettate
senza ipocrisie e riserve mentali. Non possiamo desiderare l'Europa di Maastricht e rifiutare di
accettarne lo spirito. Non possiamo essere liberali a Bruxelles quando sottoscriviamo le norme
del mercato comune, e protezionisti a Roma quando qualcuno «pretende» di comprare le
nostre aziende.

 

 

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