Sergio Romano

La Coalizione dei Litiganti.

Da "il Corriere della Sera" - 19 Marzo 1998


Spiace ripeterlo, ma ciò che sta accadendo nella maggioranza era prevedibile. La coalizione è eterogenea e incoerente. Può battere la destra, se questa è diretta da un uomo afflitto da un gigantesco conflitto d'interessi e da un formidabile handicap giudiziario. Può ridurre temporaneamente il deficit e l'inflazione, se questo è l'obiettivo prioritario su cui è stato sottoscritto un patto di governo. Può fare qualche buona riforma, soprattutto se colpisce principalmente gli elettori dell'opposizione, come nel caso delle licenze di commercio. Può impostare qualche privatizzazione e liberalizzazione, se il governo è in grado di trincerarsi dietro gli ordini di Bruxelles. Ma non può garantire al Paese una politica modernizzatrice di lungo respiro.

Non appena il traguardo dell'Europa è a portata di mano e la tensione si allenta, la coalizione ridiventa ciò che è sempre stata: un'alleanza contingente in cui ogni partner ha interessi e strategie diversi. D'Alema avanza proposte per le elezioni europee che suscitano il malumore dei popolari di Marini. Veltroni gli contrappone il disegno di un partito dell'Ulivo. Prodi finge di non avere ambizioni, ma intralcia per quanto possibile la strategia di D'Alema. Cacciari crea il partito del Nord-Est. Bassolino propone il movimento trasversale del Mezzogiorno. Bertinotti scavalca i sindacati e difende i diritti dei «lavoratori». I sindacati fuggono in avanti, chiedono una «politica per il Sud» e minacciano di scendere in piazza contro il governo. E il governo a sua volta si dibatte fra richieste contraddittorie.

Non può riaprire il rubinetto della spesa, senza risvegliare le diffidenze dell'Europa; non può fare la legge sulle 35 ore senza provocare le reazioni degli industriali; non può rinunciarvi senza suscitare l'ira di Rifondazione; non può fare la politica liberale suggerita per il Mezzogiorno dal commissario van Miert senza tirarsi addosso gli anatemi di Bertinotti e dei sindacati. Questo non significa che vi sarà una crisi o che la fine della legislatura sia necessariamente dietro l'angolo. Avremo probabilmente un ennesimo «pacchetto» di rimedi inefficaci: un po' di lavori socialmente utili ed economicamente irrilevanti, qualche infrastruttura, qualche gemellaggio fra le industrie del Nord e le zone del Sud, qualche solenne dichiarazione contro la criminalità organizzata.

È facile immaginare ciò che una buona opposizione potrebbe fare in queste circostanze. Potrebbe denunciare le privatizzazioni imperfette, la mancanza di una strategia fiscale conforme alle esigenze dello sviluppo, l'inutilità di una politica per il Sud che rimane fondamentalmente dirigista e assistenzialista. Ma Berlusconi passa il suo tempo a tirare di fioretto con Cossiga e a lanciare proclami anticomunisti. Fini è occupato a liquidare il passato del suo partito. Gli alleati minori, per usare una metafora di Mino Martinazzoli, svolazzano come mosche che si contendono qualche centimetro in più di carta moschicida. L'unico che cerca di fare esplodere le contraddizioni della maggioranza è Cossiga. Ma le sue raffiche sono «tous azimuts», come i francesi descrivevano l'arma nucleare all'epoca di de Gaulle: colpiscono su 360 gradi e fanno vittime sia nella maggioranza sia nell'opposizione.

Ecco il bipolarismo italiano: un governo incoerente e un'opposizione inesistente. Si sta così delineando una situazione di cui abbiamo già fatto esperienza. Una maggioranza eterogenea non può fare strategie di lungo respiro, ma è perfettamente in grado di collocare uomini nelle maggiori poltrone del Paese. L'esecutivo è debole, ma la macchina delle nomine è forte. Nessuno, per fare qualche esempio, intende contestare i meriti di Luigi Spaventa al Monte dei Paschi, Claudio Demattè alle Ferrovie dello Stato o Corrado Passera alle Poste. Ma noi sappiamo - e gli interessati non possono ignorarlo - che in mancanza di un governo forte, autorevole e trasparente queste nomine rischiano di degenerare in un rapporto personale fra l'uomo prescelto e il suo «grande elettore».

È accaduto ieri. Se l'Italia politica non cambierà regole e stile continuerà ad accadere domani.

 

 

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