Angelo Panebianco

Le Idee Deboli della Destra.

Da "il Corriere della Sera" - 13 Dicembre 1997


Il centro-destra, come è inevitabile quando si collezionano sconfitte, è in una crisi aperta a qualunque sbocco, ivi compresa la sua dissoluzione. Alleanza nazionale, unico partito della coalizione dotato di coesione e forza organizzativa, tenta di reagire con il commissariamento e promette, dopo la prima, una seconda Fiuggi, ossia una nuova, forse risolutiva Bad Godesberg della destra. Una mossa logica e anche necessaria da parte di Fini se si considera che il probabile declino della leadership di Berlusconi potrebbe ricacciare per sempre nel ghetto An se questa non si dimostrasse davvero capace di fare i conti fino in fondo con gli spettri del passato.

Dei mali della destra italiana si è tanto scritto. Ma è chiaro che, pur con le sue specificità, la crisi del centro-destra italiano non può essere del tutto separata dalla crisi che, allo scadere del secolo, sembra coinvolgere una gran parte dei partiti conservatori e liberal conservatori dell'Europa occidentale. Se Kohl perderà le elezioni in Germania, tutti i grandi Paesi europei, con la sola eccezione della Spagna, risulteranno, fra un anno, governati da partiti di sinistra o di centro-sinistra. Barbara Spinelli, su La Stampa, ha proposto alcune considerazioni, che trovo acute ma non del tutto convincenti, per spiegare l'enigma rappresentato da una destra europeo-occidentale che, dissolto il comunismo sovietico, non ha saputo cogliere i frutti della vittoria e si è trovata svuotata, priva di idee e di iniziativa.

Rese come annichilite dalla scomparsa dello storico nemico, le destre liberal conservatrici europee non saprebbero più proporre, a differenza delle sinistre (ma anche delle destre radicali alla Le Pen), un'idea forte e credibile di politica e di Stato, non avrebbero più la capacità - che ebbero invece agli albori della guerra fredda - di far prevalere, di fronte alle nuove sfide, il senso dell'interesse collettivo sulla molteplicità degli interessi e degli egoismi individuali. Avendo più occhio al mercato che allo Stato e guardando agli elettori più nella loro veste di consumatori che di cittadini le destre europee sarebbero rimaste così disarmate di fronte alle offensive di partiti di sinistra che, chi più chi meno, un'idea forte della politica e dell'interesse collettivo riescono ancora a esprimere e a trasmettere.

Ancorché suggestiva questa spiegazione mi convince solo a metà. È convincente quando attribuisce alla scomparsa del nemico sovietico l'origine della crisi della destra europeo-occidentale. Non è invece convincente nel giudizio implicito: quello per cui la destra perderebbe perché più povera di idee e di capacità progettuali della sinistra. Sottovaluta il fatto, ad esempio, che Margaret Thatcher è stata sicuramente lo statista europeo più innovatore degli ultimi venticinque anni (il tanto lodato Blair neppure esisterebbe se non ci fosse stata la Thatcher). Soprattutto, rischia di scambiare per idea forte della politica e dell'interesse collettivo quello che è invece, semplicemente, un vizio grave della sinistra europea (Blair escluso), un vizio che, dovesse perdurare troppo a lungo, finirebbe probabilmente per portare l'intera Europa alla malora: il suo conservatorismo, la difesa dell'esistente, per esempio, dei privilegi degli anziani e dei garantiti - è la partita che si gioca in Europa intorno al welfare state - a scapito dei giovani e dei non garantiti. Certo, la destra, soprattutto quando riesce - e quasi mai ci riesce - a non tradire del tutto gli ideali liberali, si presenta con un'idea di politica apparentemente - ma solo apparentemente - meno forte di quella della sinistra. Il rifiuto dello Stato etico (dell'idea illiberale che spetti allo Stato, anziché alla libera scelta dei singoli, coltivare «valori») nonché il rifiuto di far fare allo Stato tutto ciò che meglio dello Stato - e con assai meno pericoli per la libertà di ognuno - possono fare il mercato, le comunità e l'associazionismo volontario, rischiano di apparire frutti di un'idea debole di politica. Che però non è tale. E' solo un'idea di politica diversa da quella coltivata dalle sinistre (così come dalle destre neo-fasciste). A meno che non si voglia sostenere che solo i cultori di Stati etici, sul piano ideale, e i sostenitori dello Stato assistenziale e spendaccione, dello Stato fiscalmente oppressivo, sul piano pratico, possiedano un'idea forte di politica e degli interessi collettivi.

Quanto poi all'incapacità della destra europea di avere il senso delle urgenze geo-politiche che incombono sull'Europa - altra critica che la Spinelli le rivolge - questo a me pare, effettivamente, un genuino difetto della destra europea che essa però, sfortunatamente per tutti noi, condivide con la sinistra. In realtà, mi sembra che alla destra europea si possano spesso imputare difetti opposti: l'incoerenza, l'incapacità di contrapporre davvero, e non solo a parole, allo statalismo della sinistra, una politica di segno radicalmente opposto. Adottando un altro punto di vista si potrebbe sostenere che la sinistra (con la consueta eccezione di Blair) vince di più della destra semplicemente perché, meglio della destra, appare convincente nell'offerta di protezione contro i rischi connessi alla globalizzazione dei mercati. Gode del vantaggio di cui naturalmente godono i conservatori, coloro che difendono l'esistente. Le democrazie sono, infatti, per definizione conservatrici e premiano i conservatori. Ma a me pare che se ci sarà salvezza per l'Europa essa non si dovrà ai conservatori, e cioè alle sinistre che scommettono sulla forza degli interessi consolidati e delle lobbies più o meno potenti che li difendono. È da destra, e non da sinistra, (Thatcher docet), infatti, che sono venute le idee, le proposte e le ricette migliori, più innovative, per iniettare nuova linfa e nuovo dinamismo in società stagnanti e demograficamente in declino.

La destra italiana - nei suoi diversi e variopinti tronconi, Forza Italia, Lega, Alleanza nazionale, gli eredi della destra democristiana - in parte condivide le difficoltà delle altre destre europee, aggiungendovi però, come tutti sappiamo, molto di suo. Il partito-azienda, il secessionismo, un post-fascismo che continua a trascinarsi dietro tanti cascami del peggior corporativismo (e lo si vede, all'atto pratico, in Parlamento dove, su tante materie, i progetti di An appaiono spesso indistinguibili da quelli di Rifondazione comunista), una destra ex dc che si rivolge ossessivamente ai «moderati» senza spiegare mai cosa intende fare con i loro voti, sono temi continuamente visitati dagli osservatori politici.

Data tale situazione, la rigenerazione della destra, se ci sarà, richiederà probabilmente degli anni. Difficilmente essa tornerà ad essere competitiva nei confronti della sinistra se, ad esempio, non saprà abbandonare i nefasti euroscetticismi del passato, se non saprà collocare la sua azione e le sue prospettive nel contesto dell'unificazione europea. Soprattutto, non ci riuscirà se non sarà capace di offrire agli italiani l'unica «idea forte» della politica e dello Stato che la sinistra, non solo italiana, non sarà in grado di offrire mai: quella di «meno politica», nel senso di meno Stato, e di meno intrusioni dello Stato.

 

 

Torna alla pagina precedente

Ritorna alla Pagina Precedente
Pagina principale Pagina Principale