Angelo Panebianco
La Deriva dell'Opposizione.
Da "il Corriere della Sera" - 11 Novembre 1997
Archiviata la vittoria, peraltro scontatissima, di Di Pietro nel collegio blindato del Mugello, la stangata vera - o almeno così tutti si aspettano - arriverà, per l'opposizione, alle amministrative di domenica prossima. L'attesa è di una sonora sconfitta del Polo, seguita, se non da un fuggi fuggi generale, quanto meno da un progressivo sbriciolamento delle sue componenti centriste. Pare che l'Ulivo, in previsione di ciò, abbia già apprestato in Parlamento (ma anche nei consigli regionali, provinciali, comunali), per fronteggiare il flusso e disciplinarlo, degli attrezzatissimi centri di raccolta-transfughi. È possibile inoltre che, all'interno del centrodestra, la resa dei conti, che non c'è stata dopo la sconfitta elettorale del '96, non sia più rinviabile dopo le amministrative se esse andranno davvero, per il Polo, male come ci si aspetta.
Se tale resa dei conti fosse risolutiva, nel senso di dare luogo a soluzioni in grado, col tempo, di consentire all'opposizione di rigenerarsi e di riorganizzarsi, essa sarebbe un evento di cui tutto il Paese, per le ragioni che dirò, dovrebbe rallegrarsi. Dubito assai però che l'annunciata crisi dell'opposizione possa dare luogo a esiti positivi di tal fatta. Dal momento che i mali di cui soffre l'opposizione sono strutturali, tali comunque da non poter essere guariti in breve tempo.
Penso che dovremo rassegnarci a vivere, per molti anni, in un Paese in cui l'opposizione sarà sempre più debole, divisa, balbettante, impotente. E penso che, per diretta conseguenza, dovremo anche abituarci a vivere in un Paese in cui chi comanda diventerà sempre più arrogante e i suoi cortigiani sempre più aggressivi verso coloro, peraltro sempre meno numerosi, che non saranno disposti a genuflettersi.
Uno scampolo di prosa che ci aiuta a capire che cosa ci aspetta si poteva leggere ieri in un commento alle elezioni del Mugello apparso su Repubblica: dopo essersela presa con Galli della Loggia, reo di saper pensare, e dopo essere andato coraggiosamente all'attacco degli sconfitti, dell'opposizione, l'articolista descriveva così il vincitore del Mugello: «Non è un uomo di sinistra [...] ma la sua scelta di campo apre orizzonti interessanti alle forze progressiste. Di certo, siamo di fronte a un autodidatta di grande talento. Da contadino voleva fare il poliziotto, da ottimo poliziotto s'è messo a studiare da magistrato ed è diventato il più famoso d'Italia e del mondo, quindi è stato un ministro molto attivo sia pure per il breve periodo dell'incarico. Nel Mugello era partito balbettando un improbabile politichese di sinistra e ha finito da trascinatore delle piazze rosse».
A parte il dettaglio che anche l'espressione «forze progressiste» appartiene di diritto al «politichese di sinistra», in questa edificante descrizione sembra mancare solo un particolare: si dice, narrano, che «l'ottimo poliziotto», durante i bagni di folla, guarisca i malati con il tocco delle mani. Ma questo, forse, verrà raccontato in seguito.
Ha perfettamente ragione Indro Montanelli: al momento non esiste «un regime». L'ho scritto a più riprese anch'io sostenendo però che esiste il rischio che, col tempo, un regime più o meno soft, fondato su un soffocante conformismo, finisca per instaurarsi a causa, principalmente, della debolezza politica e della pochezza culturale dell'opposizione.
Le democrazie necessitano di opposizioni forti e credibili quanto di governi stabili e autorevoli. Se per qualsivoglia ragione l'opposizione è debole o non credibile la democrazia è messa sotto pressione, e a lungo andare è destinata a subire effetti di deterioramento e di involuzione.
A parità di condizioni, più debole e meno credibile è l'opposizione più arrogante diventa la maggioranza. Ed è un circolo vizioso, talché l'indebolimento dell'opposizione accresce l'arroganza e gli appetiti della maggioranza e ciò indebolisce ulteriormente l'opposizione: fino al momento in cui anche tanti oppositori si spaventano, cominciano a temere le rappresaglie di una maggioranza sempre più forte e l'effetto bandwagoning, la corsa per salire sul carro del vincitore, diventa irresistibile.
Questo processo è tanto più probabile nei Paesi che, come il nostro, danno al potere politico una immensa capacità di condizionamento su tutti gli aspetti della vita associata e dove non esistono ostacoli istituzionali o culturali - come proprio il caso dell'Ulivo in poco più di un anno di vita dimostra - che possano impedire o ritardare la pressoché completa occupazione del «territorio pubblico» (Stato, parastato, informazione, eccetera) da parte delle maggioranze.
Nell'era democristiana il principale problema della democrazia italiana era la natura dell'opposizione, il fattore K. Nell'era dell'Ulivo il principale problema della democrazia italiana è ancora una volta, anche se per ragioni diverse, l'opposizione. Chiunque domani la prenderà in mano e tenterà di riorganizzarla partirà col piede sbagliato se prometterà ai suoi improbabilissime riscosse a breve termine. Tutto lascia pensare infatti che il regno dell'Ulivo sia destinato a durare a lungo e che il tasso di conformismo, già oggi assai elevato, sia destinato, nel prossimo futuro, a crescere ulteriormente.
È un lavoro, in parte ingrato, di lunghissima lena quello che spetterà all'opposizione se essa, come appare probabile, sarà costretta, per l'esplodere della sua crisi interna, a rimettersi in gioco sia sotto il profilo della leadership sia sotto quello organizzativo.
Anche se è purtroppo un esito piuttosto improbabile a breve termine è certo che la democrazia italiana ha un disperato bisogno che l'opposizione si rigeneri mettendo in campo nuovi volti, nuove idee, e un modo radicalmente diverso - molto più serio di quello attuale - di combattere le battaglie parlamentari di minoranza. Senza di che, tra un po', anche in mancanza di un «regime», finiremo per sentire solo la musica dei suoi violini.
| Ritorna alla Pagina Precedente |