Angelo Panebianco
La Società di Corte.
Da "il Corriere della Sera" - 4 Novembre 1997
Ma D'Alema è davvero così «bravo», i pidiessini sono davvero così seri, intelligenti, efficienti e preparati, il governo dominato dal Pds è davvero così esente da vizi, da giustificare il trattamento benigno che i mass media, con pochissime e facilmente identificabili eccezioni, riservano a tutti costoro? Era da tempo immemorabile che un governo, una maggioranza e il suo capo non erano trattati così bene, e per così tanto tempo, dal sistema della comunicazione. È un fatto che anche gli errori più macroscopici commessi da questa classe politica di governo, errori che sarebbero stati giudicati dalla schiacciante maggioranza dei commentatori «intollerabili», «imperdonabili» se commessi da un'altra maggioranza, passano inosservati o diventano per i più mende, difettucci che non possono tuttavia minimamente rovinare la bellezza e la perfetta armonia dell'insieme.
Vediamo qualche esempio di «difettucci» che avrebbero giustificato, in altri tempi, l'apertura di furibonde e corali (soprattutto corali) campagne di stampa contro i governanti. Il ministro Visco escogita la tassa regionale, l'Irap. Solo in seguito alle proteste delle imprese, si accorge (e ammette) che bisognerà introdurre modifiche per evitare troppi guai alle aziende. Ci si poteva aspettare un coro di proteste e di attacchi contro un ministro così incauto, e perfino qualche richiesta di dimissioni. Invece, nulla accade. Come mai?
Oppure prendiamo il caso del terremoto. A più d'un mese dal suo inizio e mentre incombe ormai il gelo, la situazione dei senzatetto è ancora quella che è. Io non so se ci sono state inefficienze, e quanto gravi, ma di una cosa sono certo come del mio nome: se al posto del governo Prodi, ossia di un governo sostenuto dal Pds, ci fossero stati un altro governo e un'altra maggioranza, l'attacco alla «inefficienza» del governo sarebbe stato violentissimo e, ancora una volta, corale. Ma siccome si tratta di un governo sostenuto dal Pds, anche questa vicenda finisce, nella maggior parte dei mezzi di informazione, sotto il tappeto (e comunque sempre, rigorosamente, nelle pagine interne). Oppure prendiamo il caso dell'Iri e del destino che lo attende grazie all'accordo con Rifondazione. Ricordate l'Iri? Un anno fa era dato per morto e sepolto da tutti quei commentatori che sono abituati a vendere la pelle dell'orso prima che sia stato ucciso. Oggi va incontro a una nuova giovinezza, a un radioso futuro di carrozzone clientelare «per l'occupazione nel Sud». Ai tempi, tanto per fare un nome-simbolo, di Cirino Pomicino, l'annuncio avrebbe fatto venire le convulsioni alla quasi totalità dei commentatori di cose economiche. Oggi, salvo qualche rarissima eccezione, i più arcigni si limitano ad alzare gli occhi al cielo e a inarcare un sopracciglio.
Oppure prendiamo il caso, ai miei occhi stupefacente, del presidente dei senatori pidiessini Cesare Salvi. Va in televisione, a Porta a porta, a dire l'opposto di quanto sosteneva, non trent'anni fa, ma solo sei o sette mesi fa in materia di giudici e pm, arrivando addirittura ad accusare i fautori della divisione delle carriere (nel caso specifico, Giuliano Urbani di Forza Italia) di essere contro la «legalità». In un altro Paese sarebbe stato scorticato vivo dalla stampa. Perché delle due l'una: o Salvi diceva sciocchezze sei mesi fa oppure le dice oggi. Ma siccome siamo in questo Paese, e Salvi è del Pds, i più fingono di non ricordare. Quando si tratta di uomini del Pds (o di alleati fedeli del Pds) chiedere coerenza, o pretendere esaurienti spiegazioni per la mancata coerenza, pare sia un atto di maleducazione.
E poi c'è naturalmente il capo, D'Alema, quello bravo praticamente per definizione. Antipatico ma bravo, ripete ogni giorno il coro. Faccio notare che D'Alema è certamente furbo ma forse è anche meno bravo di quanto lo si accrediti. Come si è visto nella vicenda della Bicamerale. Il pasticciatissimo testo partorito dalla Bicamerale riflette, in non piccola misura, nei suoi tanti difetti, le oscillazioni di un leader che, durante tutta questa vicenda, ha mescolato alla rinfusa il suo ruolo di capo-partito e il suo ruolo di presidente della Commissione eletto con i voti dell'opposizione, riflette le contorsioni tattiche di chi un giorno metteva il successo delle riforme in cima alle priorità, e il giorno dopo smentiva se stesso dichiarando prioritaria la stabilità del governo.
Bravo D'Alema? Francamente, penso che, a giudicare dalla vicenda della Bicamerale, ciò che lo fa apparire bravo è soprattutto la piaggeria dei più. E la copertura è tale che D'Alema ha potuto anche fare una svolta a centottanta gradi in materia di giustizia, ritornando a quella posizione di fiancheggiamento dell'ala più oltranzista dei pubblici ministeri che caratterizzava il vecchio Pci, e uscirne politicamente indenne. In politica, quando si fanno svolte, esse devono essere normalmente giustificate. Ma nessuna giustificazione è stata fin qui data dal Pds, e da D'Alema in primo luogo, per spiegare le ragioni di una così plateale conversione. È normale che questo accada solo in un Paese in cui la stampa rinuncia per principio a porre domande davvero imbarazzanti agli uomini del potere.
Da dove nasce un trattamento così di riguardo? Da due circostanze, direi. La prima ha a che fare con il «pregiudizio favorevole». La seconda, con le regole della «società di corte». Il «pregiudizio favorevole» è forse l'eredità più preziosa lasciata dal Pci al Pds. Il pregiudizio favorevole era quello che, negli ultimi decenni di vita della Prima Repubblica, faceva sì che i non comunisti, e persino un bel po' di anticomunisti, avessero interiorizzato l'idea secondo cui i comunisti erano, per definizione, i più seri, i più competenti, i più moralmente integri fra gli italiani in circolazione. Gente a cui si sarebbe potuto tranquillamente affidare il governo del Paese se non ci fosse stato di mezzo un fastidioso dettaglio (la guerra fredda, il rapporto con l'Urss). Il pregiudizio favorevole, riflesso di un complesso di inferiorità interiorizzato dagli anticomunisti nei confronti dei comunisti, era tale che il segretario del Pci non era, e non solo per gli iscritti al Pci, un semplice capo-partito. Era una specie di Papa da trattare con una riverenza negata a qualsiasi altro capo-partito. Come certamente Forattini ricorda, anche fra i non comunisti era altissimo, all'epoca, il numero di coloro che ritenevano «blasfemo» sfottere Berlinguer come se fosse un politico qualunque.
Il pregiudizio favorevole si è trasferito al Pds, è sopravvissuto al crollo del muro di Berlino. Gli altri, tutti gli altri, devono provare di essere onesti, competenti, seri, eccetera. I pidiessini no. Loro sono, fino a prova contraria, tutte queste cose per definizione. E il pregiudizio favorevole continua, come all'epoca del Pci, a pesare sugli altri. Ci pensino De Mita, Marini e tutti coloro che fossero eventualmente tentati di farsi prendere la mano dalla nostalgia: troppi addetti alla comunicazione hanno da tanto tempo interiorizzato l'idea che gli unici democristiani, o ex democristiani, «perbene» sono quelli che hanno fatto di tutto, e continuano a fare di tutto, per farsi perdonare la vittoria del 18 aprile del 1948. La seconda circostanza consiste nel fatto che in un Paese in cui la politica può tutto, e arriva dappertutto, quando un potere si stabilizza o dà la sensazione di stabilizzarsi si affermano regole di comportamento che ricordano quella «società di corte» superbamente analizzata dal sociologo Norbert Elias. La competizione anche spietata fra i cortigiani è ammessa ma il suo scopo è quello di godere dei favori del Re. Osservate, per esempio, il comportamento degli uomini della Rai quando da quelle parti passa D'Alema e confrontatelo con le descrizioni di Elias: scoprirete impressionanti somiglianze.
E le somiglianze non si fermano qui. Come nelle migliori società di corte anche la storia viene riscritta ad usum delphini: già oggi si è affermata, praticamente senza resistenze, una vulgata per la quale Gramsci era un liberale e il Pci un partito «democratico». Ancora un piccolo sforzo ricostruttivo e fra poco, dai manuali sulla «storia del Novecento» che il ministro Berlinguer metterà in mano agli studenti (anche delle medie inferiori), apprenderemo che la scissione di Livorno non c'è mai stata, nessun italiano ha mai avuto a che fare con il Comintern, e Togliatti e Berlinguer erano illustri esponenti del socialismo liberale. Sì, D'Alema è «bravo» ma meno di quel che pensa e, soprattutto, meno di quel che appare. E, infine, diciamocelo, chi non apparirebbe «bravo» potendo usufruire della copertura di così tanti cortigiani e camerieri?
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