Iuri Maria Prado

Ha vinto la politica

Da "il Resto del Carlino" - 13 Febbraio 2000


Dei pochi referendum sopravvissuti avremo tempo di occuparci nei prossimi giorni. Non sarà inutile e non mancherà occasione di farlo, perché si tratta di quesiti che riguardano anche materie di estremo rilievo come, per esempio, la legge elettorale, le carriere dei magistrati, il finanziamento ai partiti, il sistema delle trattenute sindacali, la disciplina dei licenziamenti.

Ma la decisione della Corte costituzionale ha immediate conseguenze, e merita innanzitutto di essere commentata, per la parte che rigetta ben due terzi dei quesiti piuttosto che per quella che ne dichiara ammissibili soltanto sette. Le conseguenze immediate sono che sulla liberalizzazione del mercato del lavoro, sulla responsabilità civile dei magistrati, sul sostituto d'imposta, sulla riforma della Guardia di Finanza, sulle pensioni di anzianità, sul monopolio statale nella sanità, sul sistema dei termini processuali e insomma su tutti i quesiti di referendum colpiti dal voto contrario della Consulta i cittadini non potranno esprimersi e decidere. Con l'ulteriore effetto che le concrete possibilità di riforma di queste materie sono ora abbandonate all'inerzia e all'incapacità della classe parlamentare e di governo.

Questa volta non diciamo che "prima di commentare una sentenza bisogna leggerne le motivazioni". Non serve dirlo perché non serve leggerle: se non per constatare una volta ancora l'assoluta sbrigliatezza con cui la Corte costituzionale si abbandona alla propria giurisprudenza in materia di referendum. Nelle decisioni della Corte, infatti, è ormai impossibile ritrovare un criterio comprensibile, un dato sicuro di riferimento, un modo affidabile e prevedibile di giurisdizione.

E non vogliamo dire che allora bisogna mancare di rispettarle, queste decisioni della Consulta. Questo no. Ma prenderle per quel che sono, questo sì, bisogna farlo. E sono decisioni "politiche", emesse da un organo "politico" in base a considerazioni e pressioni di tipo "politico". Decisioni, dunque, emesse nell'esercizio di un potere incontrollabile e irresponsabile che nella Carta costituzionale non trova più alcun riscontro, come ormai ammettono in molti tra cui, addirittura, alcuni ex presidenti della Consulta.

Comprimere (o anche abolire) il diritto di referendum con una riforma costituzionale rappresenterebbe una decisione criticabile, ma ancora ammissibile. Ma che quel diritto sia sacrificato come si fa qui da noi, e cioè "contro" la Costituzione, non si accetterebbe in nessuno Stato civile e di legalità.


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