Iuri Maria Prado

Con un po' di coraggio liberale la rivoluzione è possibile.

Da "il Giornale" - 30 Dicembre 1997


Nel suo ottimo articolo di ieri, ottimamente pubblicato dal Giornale, Antonio Martino ha definito "emblematico" il caso di Radio Radicale (un buon servizio prestato a buone condizioni e concorrenziali, che si intende sopprimere puramente e semplicemente o sostituire con un cattivo servizio reso a cattive condizioni ed economica mente più gravose). Per parte mia definisco "emblematico" l'articolo di Martino, e il fatto che Il Giornale l'abbia pubblicato, e con quell'evidenza. Ed "emblematico" di che cosa? Della possibilità di "cambiare". Della provata capacità, solo che lo si voglia di opporsi alla politica comune, al giornalismo comune, al parlamentarismo comune, e della certezza, della garanzia di poterne cambiare il corso. Con questo, in più: che una simile opposizione al corso comune delle cose (del giornalismo, della politica, dell'attività parlamentare che il regime dispensa e di cui il regime si nutre) aderisce non ai sentimenti, non alle ideologie, non alla mistica, ma all'interesse della maggioranza dei cittadini.

E' bensì vero che tutto è paralizzato. E' verissimo, che gli unici movimenti percepibili sono di involuzione. Ma è sicuro, è lì evidente, fremente, che basta un nulla perché, se non tutto, almeno molto, moltissimo cambi, inizi a cambiare. Non è azzardato sostenere che un paio di direttori di giornali (e forse anche un solo direttore di Giornale), tre-quattro illustratori di dottrina liberale, e dieci o quindici parlamentari militanti liberali, potrebbero svolgere la funzione del primo sasso della slavina, della scintilla nel pagliaio, del refolo di vento che fa saltare il ponte. Non è un panorama fantastico: è un panorama possibile, di rivoluzione possibile. E sarebbe una rivoluzione di carattere anche preventivo. Molti sono i segnali, infatti, che il disagio e l'ingiustizia possano sfogarsi in modo violento, in modo illegale, con uno Stato lì pronto a rispondere con la forza, con le soluzioni dell'emergenzialismo perenne. Una illegalità contro l'altra.

Mentre la riforma del Paese (e riforma e rivoluzione sono un'unica cosa, in Italia) è attuabile nel diritto e con il diritto. Meglio: la sola affermazione del diritto, farebbe la rivoluzione italiana. Le riforme (economiche, civili, del lavoro, del sistema politico) non sono mancate né mancheranno in Italia per mancanza di un diritto o di istituzioni capaci di farle, ma perché e solo perché‚ lo Stato e chi abusivamente lo occupa (partiti, sindacati, corporazioni impediscono la propria riforma violando la legge e la Costituzione. E il diritto europeo: non solo come ha dichiarato Emma Bonino, ma come indicano la legislazione e la giurisprudenza comunitarie, che nel giro di poche settimane ci hanno chiamato fuorilegge per il modo in cui (non) privatizziamo, per il modo in cui pianifichiamo il sistema del lavoro, per il modo di funzionamento della nostra giustizia e insomma per tutto quanto ci qualifica in praticamente tutti i settori dell'amministrazione statale.

Alberto Savinio scriveva: "Un grave principio da non dimettere mai dalla memoria è questo: il nostro territorio non siamo stati noi a liberarcelo ma altri ce lo hanno liberato, la nostra libertà di opinioni non ce la siamo conquistata noi ma altri ce l'hanno data". E noi sappiamo quale altra storia invece sia stata scritta e inoculata in mezzo secolo e da mezzo secolo agli italiani. Solo che nessun altro Oggi avrà voglia né interesse di liberarci. Sta a noi. Ed è possibile. Non serve nemmeno coraggio. Bastano fiducia e speranza. Ed editoriali e scelte editoriali come quella del Giornale: possibili sassi, scintille, refoli di rivoluzione legale, civile, costituzionale. Liberale.

 

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