Carlo Pelanda

Il passo del gambero.

Da "il Giornale" - 2 Febbraio 1999


Ehi, sveglia. L’Italia è a rischio. Non è retorica né catastrofismo al servizio polemico di una parte politica. I dati mostrano che il Paese sta degenerando verso il sottosviluppo. Intendiamoci, non sono dati nuovi. E’ da due anni che ogni giorno sopportiamo uno stillicidio di brutte notizie. Ma non le abbiamo mai messe tutte insieme e valutate nel loro significato complessivo. Proviamo a farlo, pur schematicamente, e vedremo che siamo di fronte, per la prima volta dal dopoguerra, a una e vera e propria "questione nazionale".

Economia reale. La grande e media industria, pur poca, ce la stiamo perdendo tutta. La maggior parte delle unità – forse con l’eccezione della Fiat – sono troppo piccole per poterne acquisire altre all’estero e così diventare sistemi grandi abbastanza per essere competitivi nel mercato globale. Ciò significa che altre grandi industrie con quartieri generali altrove compreranno le nostre. Qual è il problema? Che le funzioni più nobili (ricerca e sviluppo) e il "valore aggiunto" migreranno dal territorio italiano verso altri. A questo dato si aggiunge il fatto che la nostra presenza nei settori ad alta tecnologia è minima. Computer, (grandi) sistemi di software, prodotti biotecnologici, servizi avanzati non li produciamo in scala industriale. Sono i settori del futuro. Non avendo questi e perd3endo il resto, ditemi voi come si farà occupazione e, soprattutto, qualificata? In Francia si lamentano che diecimila giovani tecnici usciti dalle loro università sono in California per cercare lavoro e restare lì. Ma i nostri con educazione avanzata sono decine di migliaia che cercano in America lavoro in settori futurizzanti che in Italia, semplicemente, non esistono. Per fortuna la piccola e piccola-media industria resiste con buona capacità di innovare tecnologicamente il prodotto e/o il processo. Ma non cresce il numero delle unità industriali e, soprattutto, le piccole fanno fatica a diventare più grandi. Anche su questo settore staimo rischiando un impoverimento progressivo. In sintesi, è impressionante vedere come in due anni le sorti dell’economia reale italiana siano peggiorate in termini di deindustrializzazione. Ed è altrettanto impressionante vedere come il risparmio italiano, la vera struttura di forza del nostro sistema economico, stia migrando verso l’estero perché non trova impieghi remunerativi nel nostro Paese.

Guardate i dati, li riguardino i tecnici. A me sembra che senza correzioni faremo presto un salto di due gradini in giù nelle classifiche dello sviluppo. Tra un po’ andremo sotto la Spagna che dieci anni fa era a quattro gradini da noi.

Infrastrutture e servizi. Ne vedete da soli lo stato ed è inutile che reciti i dati di dissesto. Ma è inutile avvertire che questa inefficienza provoca costi nascosti e indiretti enormi oltre a un peggioramento della qualità della vita. Da noi non si vive più bene, a parte gli stupendi panorami e la cucina che è l’unico primato che manteniamo. La scuola è rimasta dieci anni indietro, l’università trenta, ambedue cento metri sotto lo standard qualitativo dei migliori Paesi. Negli ospedali probabilmente non si muore come attacca qualcuno, ma certamente non si trovano quei servizi, a costo pari, che rendono elevata la qualità della vita, per dire, in Svizzera o in Germania.

Conti pubblici. Sono, semplicemente, insostenibili. Tutto il mondo ce lo dice. Il governo lo nega. Così la spesa pubblica sale continuamente, fuori controllo, e drena risorse per gli investimenti oltre a disincentivarli per le alte tasse. Questa è la causa principale dei nostri mali. Peggiorata perfino oltre ogni previsione dal 1996 da quando la sinistra è più direttamente, e non solo indirettamente come nel passato, al governo. E più ci resta meno sarà credibile la rinascita economica dell’Italia.

Credibilità, per altro, perduta ormai totalmente su altri piani. Mario Monti ha ben detto che esiste una svalutazione morale dell’Italia a causa della pochezza e litigiosità bizantina dei nostri politici (di maggioranza) e delle conseguenze sulla consistenza delle nostre istituzioni. E l’Italia non è nemmeno consultata sui tavoli europei per le decisioni che contano. Su quelli Nato, poi, è fuori dopo il capo Ocalan. Ma ci pensate? Un governo che sostiene il terrorismo. Follia. Che paghiamo, alla fine, in soldi.

La lista è più lunga. Ma il vederne un pezzo tutto insieme vi fa impressione o no? A me sì. Di che cosa devo andar fiero del mio Paese? Veramente potrebbe un padre dire a suo figlio di restare in Italia? Certo, se ci confrontiamo con l’Albania o cose del genere siamo un paradiso. Ma i nostri nonni e padri non hanno faticato per arrivare a questa miserrima soddisfazione. Hanno sognato una grande Italia. Che per un po’ lo è stata. E quindi può tornare a esserlo. Ma dai padri e dai nonni dobbiamo tirar fuori una cosa che loro avevano ed evidentemente noi no: l’amore per l’Italia.

 

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