Carlo Pelanda

I pericoli del neoprotezionismo.

Cattive tentazioni.

Da "il Giornale" - 18 Settembre 1998


La situazione di oggi è comparabile - concettualmente - con quella immediatamente successiva alla crisi finanziaria del 1929. I governi reagirono attivando politiche protezionistiche - barriere doganali e interruzione del flusso internazionale dei capitali - nell’illusione di difendere i redditi delle popolazioni dal ciclone mondiale. Medicina sbagliata. In pochissimi anni, dal 1930 al 1933, il volume del commercio internazionale si ridusse del 66% nel mondo allora industrializzato. E ciò causò durature e socialmente devastanti crisi economiche interne sia in America che in Europa.

Oggi ci troviamo nell’immediato post-impatto di una crisi finanziaria mondiale. Non è, di per sé, causa diretta e meccanica di un’ulteriore crisi peggiorativa. Lo può diventare solo se i governi reagiscono cercando di isolare con politiche protezionistiche le loro nazioni dal sistema mondiale di libera circolazione delle merci e dei capitali. E ci sono brutti segnali iniziali in merito. Le esportazioni asiatiche e di altri Paesi emergenti con costi di produzione denominati in moneta svalutata stanno massacrando i concorrenti per cui tali costi sono in valuta più forte (dollari e dintorni nonché zona euro). I secondi premono sempre di più i rispettivi governi affinché vengano alzate barriere doganali e simili.

In America questa pressione è già alle stelle in alcuni settori (acciaio, componenti elettroniche). In Australia è fortissima l’offensiva neoprotezionistica guidata dalla locale Camera di commercio. Il Giappone resta chiuso come sempre, ma, appunto, aumenta a dismisura il suo surplus commerciale grazie allo yen svalutatissimo. Ed è molto preoccupante che il partito repubblicano statunitense - in maggioranza nel Congresso - stia voltando pericolosamente verso il protezionismo populista. I suoi candidati per le elezioni di novembre cominciano a offrire piattaforme neoisolazionistiche contro le importazioni competitive, contro le multinazionali a favore del piccolo business nazionale, contro il finanziamento del Fondo monetario internazionale. L’Europa è tradizionalmente mercato più chiuso e protetto contro le esportazioni competitive. Ma la pressione per conquistarlo da parte di esportatori ad alta competitività valutaria sta aumentando e si cominciano in molti settori a sentire crescenti invocazioni protezionistiche.

Quindi è il momento di chiarire che il protezionismo commerciale è in realtà un boomerang per chi lo attua e per tutto il sistema globale. E c’è un numero preciso a cui far riferimento. Per ogni lira o posto di lavoro che guadagno inizialmente proteggendo con barriere la mia economia nazionale, ne perdo poi tre a causa della depressione che induco nel circuito mondiale del commercio. E la cosa funziona così. Impedendo all’esportatore di entrare nel mio sistema e di massacrare i settori non competitivi in esso induco una crisi recessiva nell’esportatore stesso. Alla fine, appunto, avrò perso tre per aver cercato di guadagnare uno con il metodo protezionistico.

Questo rapporto uno a tre lo si trova analizzando il periodo 1930-33. E lo si ritrova in una recente ricerca fatta dal Dipartimento statunitense per il commercio estero nonché in altre analisi. É un dato robusto. E chiaramente spiega perché i governi devono resistere, per loro stesso vantaggio nazionale, a qualsiasi tentazione protezionistica. Ma questa razionalità non è di solito perseguita né dai sindacati né dai produttori messi in crisi e la politica fa fatica a resistere a pressioni protezionistiche quando raggiungono una massa critica. E poiché la crisi finanziaria e svalutativa è stata di grandi dimensioni, tale massa critica potrebbe essere raggiunta nei prossimi mesi. E il mercato globale rischia il blocco con la scontata conseguenza della recessione mondiale e duratura.

Su un altro versante, quello del mercato dei capitali, ci sono segnali altrettanto inquietanti. La Malesia ha bloccato la circolazione estera della sua moneta. Altri Paesi emergenti stanno prendendo misure analoghe per contenere la fuga dei capitali. Ma è più preoccupante il fatto che in Occidente qualcuno - nei sistemi politici e nelle autorità monetarie - cominci a dire che bisognerebbe limitare la possibilità di spostamento istantaneo dei capitali speculativi (hot money). Follia. Si dimenticano costoro che la velocità e la libertà di spostamento del capitale creano guai quando fugge, ma anche benefici altrimenti impossibili quando entra. Per essere chiari, è certamente roba da pazzi scappare da tutti i mercati emergenti, mettendoli in crisi deflattiva in pochi giorni, sulla basa di un’emozione negativa. Ma è anche roba da matti, cioè coraggio da leoni, entrare in Paesi sottosviluppati, o in affari ad alto rischio, sulla sola base di un’emozione positiva. Ed è grazie a questa seconda pazzia del mercato finanziario che abbiamo avuto una crescita mondiale enorme negli ultimi anni. Se non si vede questo secondo aspetto positivo della libertà internazionale dei capitali, allora si rischia di gettare il bambino con l’acqua sporca. In conclusione, i governi di tutto il mondo hanno nei prossimi mesi di fronte a loro il difficile compito di evitare la rinazionalizzazione dell’economia planetaria e il conseguente innesco di una crisi mondiale simile a quella degli anni ‘30. Per fortuna sembra prevalere la consapevolezza del rischio qui detto. Inoltre le soluzioni tecniche, favorite dal rischio attualmente nullo di inflazione, ci sono (politiche monetarie espansive coordinate, ricapitalizzazione delle economie deflazionate e rialzo delle loro valute, accelerazione delle soluzioni alla crisi bancaria in alcune nazioni). Ma per aiutarli è anche importante che si formi un’opinione pubblica più istruita sui rischi del protezionismo affinché questa possa contrastare preventivamente coloro che lo invocano (sindacati, sinistre e destre nazional-populiste). E nell’Europa con tasse e moneta comparativamente troppa alte, e quindi in potenziale crisi competitiva, è probabile che i neoprotezionisti, già tanti per ideologia aprioristicamente anticapitalista, aumenteranno.

 

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