Carlo Pelanda

Vanno ridotte al 25%.

Come dimezzare le tasse senza rimetterci una lira.

Da "il Giornale" - 11 Agosto 1998


Il punto. Al 25% di tasse le imprese sarebbero incentivate a metter in chiaro gli utili e ad investire in Italia. Al 50%, come è adesso, no. La stagnazione economica, la disoccupazione crescente e la conseguente ansietà nella popolazione dipendono da questo fatto specifico. Perché non vengono dimezzate le tasse sull’attività produttiva nonostante l’evidente necessità di farlo? L’ho chiesto, in un incontro occasionale, a un esponente dell’attuale governo. Mi ha risposto che non si poteva fare perché lo Stato avrebbe perso una parte consistente delle entrate fiscali e si sarebbe trovato in una crisi di bilancio. Poi ha aggiunto (purtroppo non ho il permesso di farne il nome: "... lei sbaglia a pensare che la defiscalizzazione sia così urgente. Agli imprenditori abbiamo dato, con l’euro, un bassissimo costo del denaro che compensa abbondantemente le alte tasse sugli utili. Che non rompano le scatole e investano in Italia assumendo gente. Ciampi lo ha detto chiaramente (fa riferimento a una intervista sul Corriere della Sera del 4 Agosto). Gli imprenditori debbono abituarsi a convivere con utili proporzionati con il basso costo del capitale". Pura follia. Vediamo perché.

Per inciso, ma non fuori argomento, va prima spiegato perché l’argomento di Ciampi è sbagliato. Il basso costo del denaro è certamente un fattore essenziale per incentivare le imprese a investire. Ma non basta da solo. L’imprenditore decide l’investimento in base alla prospettiva di remunerazione. E se questa resta pregiudicata dall’alto prelievo fiscale non è certo il solo miglioramento del credito a convincerlo. Anzi, quest’ultimo può provocare un effetto distorsivo contrario alle attese. L’imprenditore fa più investimenti, ma li porta all’estero dove carichi fiscali minori gli consentono di trarre più profitto. E infatti sta avvenendo proprio questo e l’Italia si svuota del lavoro. Ciampi non vuole capire la realtà del mercato. Non esiste che l’impresa si autolimiti rinunciando a un profitto se vede il modo di farlo. Quindi se si vogliono tenere gli investimenti sul territorio italiano, oltre al basso costo del denaro, bisogna anche arrivare ad aliquote fiscali competitive con quelle degli altri Paesi. Impressionante l’incomprensione di questo punto macroeconomico da parte del governo. Ma lo è ancora di più il fatto che non capisca la distorsione microeconomica provocata dall’alto prelievo dell’utile delle imprese. Semplifico con un esempio preso dalla realtà. Una piccola azienda ha un utile potenziale di due miliardi. Se lo mette in chiaro nel bilancio dovrebbe pagare un miliardo di tasse. Troppo, disincentivante. L’imprenditore decide di dichiarare un utile di 300 milioni e, quindi, di darne al fisco 150. Rischioso? Certo. Ma il rischio vale la candela. Mettendo in nero una parte dell’utile guadagna 1 miliardo e 850 milioni. E una gran parte delle piccole imprese italiane fanno così. E le grandi o medie internazionalizzate? Fanno meno nero solo perché possono esportare gli utili all’estero, in quei luoghi dove la fiscalità è minore, attraverso sistemi di elusione fiscale. E le multinazionali? Questo è divertente. Caricano la sede italiana di costi che in realtà sono prodotti dalle unità che operano in Paesi più fiscalmente amichevoli. Così l’unità italiana mostra pochissimo utile perché tanto verrebbe mangiato dalle tasse. L’Italia importa costi ed esporta utili. Sintesi, a causa del fisco troppo elevato tutte le aziende operanti in Italia dichiarano legalmente o illegalmente un utile minimo. E il fisco, in realtà, incassa pochissimo in relazione al potenziale produttivo.

Soluzione. Dimezzare la tassazione dell’utile portandola al 25% (aliquota comparativamente concorrenziale sul piano globale). Prendiamo il caso della piccola azienda detta sopra. Su due miliardi di utile dovrebbe pagare cinquecento milioni al fisco. L’imprenditore sarebbe incentivato a farlo perché a questo livello di tassa l’evasione non gli converrebbe più. Soprattutto potrebbe migliorare il rapporto con il credito. Adesso i soldi neri, e nascosti, vengono messi a garanzia personale del prestito che serve all’azienda per avere il suo capitale di lavoro. É un modo inefficiente per ricorrere al credito. Inoltre, se l’azienda ha bisogno di nuovi soci o di una banca che le entri nel capitale non può ottenere questo supporto perché il sistema di bilancio è falso e nessuno troverebbe remunerativo o salutare partecipare alla società. Quindi dare all’impresa la possibilità di pagare le tasse, dimezzandole, significherebbe nono solo più utile in chiaro, ma soprattutto accesso a forme più moderne ed efficienti di sviluppo aziendale. E troverebbe remunerativo mantenere più attività in Italia, quindi dare più lavoro. Anche il fisco ci guadagnerebbe di più. Da 150 milioni passerebbe a 500 di introito pur avendo dimezzato le tasse. Moltiplicate questo caso e avrete la chiave per il risviluppo del Paese.

Resta la questione cruciale della transizione dal 50 al 25 (o al 30 che va bene lo stesso). Nell’anno in cui abbasso le aliquote c’è il rischio do perdere gettito perché le imprese non modificano l’attuale sistema di evasione-elusione. Ma è solo un alibi. Il governo non ha in realtà mai tentato un’analisi seria del problema né tantomeno acceso esperimenti per capire come risolverlo. Tremonti, invece, aveva cominciato a farli nei pochi mesi che è rimasto al governo e, preliminarmente, sono risultati incoraggianti. Altri dati successivi fanno intendere che sia possibile in tre anni dimezzare le tasse senza perdere gettito fiscale. Ma il punto di questo articolo è che il governo neanche contempla l’avvio della fase di studio per la riforma di defiscalizzazione. E non lo fa perché non capisce come funziona il mercato né sul piano macroeconomico né su quello microeconomico. Come visto sopra, sovrastima l’effetto euro sottovalutando gli aspetti fiscali, quindi non comprendendo le distorsioni che questi creano. Pertanto la risposta alla domanda iniziale è chiarissima. La riforma delle aliquote non si fa solo per l’incompetenza e cecità ideologica di chi ci governa. Lo sappiano i disoccupati e chi teme di perdere il lavoro. Sappiano, anche, che la riforma è, in realtà, fattibile.

 

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